Ha ucciso il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno, era nel commando che a via Fani prelevò Aldo Moro massacrando gli uomini della scorta. Raffaele Fiore, leader della colonna torinese delle Br, è morto oggi a 71 anni. Mai pentito nè dissociato, condannato all'ergastolo, era dal 1997 in libertà condizionale. "L'ultimo brigatista" è definito nel libro intervista che lo racconta, scritto da Aldo Grandi. Una storia come tante. L'infanzia povera a Bari Vecchia, l'emigrazione al Nord per lavorare in fabbrica, alla Breda di Sesto San Giovanni. Lì conosce il sindacato e viene a contatto con giovani operai che sognano la rivoluzione e l'abbattimento dello Stato borghese. A colpi di arma da fuoco. Aderisce alla lotta armata ed entra in clandestinità con il gruppo della stella a cinque punte. Scala le posizioni nella gerarchia brigatista e viene messo a capo della colonna torinese, una delle più attive.
Lì mette a segno uno dei delitti-chiave degli anni di piombo. Il 16 novembre 1977 un comando composto da Fiore, Patrizio Peci (poi celebre pentito), Pietro Panciarelli e Vincenzo Acella tende un agguato al vicedirettore della Stampa mentre rientra a casa: è proprio Fiore a sparare quattro colpi alla testa a Carlo Casalegno con una pistola Nagant 7.62 silenziata. Quindi la rivendicazione alla sede torinese dell'Ansa: «Qui Brigate Rosse, abbiamo giustiziato noi il servo dello Stato Carlo Casalegno». Passano pochi mesi e troviamo Raffaele Fiore a Roma. E' il 16 marzo 1978. In via Fani un commando composto da una decina di Br uccide gli uomini della scorta e sequestra il presidente della Dc. Nel gruppo di fuoco, vestito con divise da aviatori civili, fanno parte Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e lo stesso Fiore.








