Due panchine, un chiosco, una caffetteria. Nessun negozio. Il sole filtra tra le lamiere verdi della pensilina. A Lampugnano si aspetta così: tra file di stalli numerati, in piedi o seduti su un trolley, nella calura. Se sei un pendolare low cost, impari a stare sospeso. Perché il piazzale — crocevia per centinaia di corse in arrivo dal Sud, dall’Est Europa e Germania — resta il regno del provvisorio. Pochi servizi, zero controlli. Non si investe davvero su questi luoghi d’attesa anche se la città — con Lampugnano, San Donato, Assago, Sesto — è ormai hub europeo della mobilità su gomma. «Tranne lo scalo della Centrale, che può sfruttare l’appoggio della stazione ferroviaria, e quelli di Malpensa e Orio al Serio, diventati snodi cruciali perché i collegamenti ferroviari restano insufficienti, nessuno è davvero strutturato — osserva Oliviero Baccelli, docente di Economia dei trasporti alla Bocconi —. La sfida dell’accoglienza è ancora tutta da giocare».