Dinanzi alla riforma della giustizia, il Pd si divide in tre categorie. Ci sono i contrari da sempre, perché convinti che la lotta di classe passi anche attraverso le procure e i tribunali, oppure perché preferiscono tenersi buoni i coccodrilli con la toga, sperando che si mangino solo i loro rivali di centrodestra. Elly Schlein e i suoi appartengono a questo gruppo.
Poi ci sono quelli che credono davvero nel garantismo e nel primato della politica, vedono con favore la separazione delle carriere e non hanno paura di dirlo in pubblico, sfidando le ire della segretaria. Il riformista Tommaso Nannicini, candidato non eletto alle Politiche del 2022, è uno di questi pochi, e lo ha scritto sulla Stampa: «Giudice e pubblico ministero dovrebbero avere ruoli distinti: il primo terzo e imparziale, il secondo parte nel processo. Eppure, continuano a condividere concorsi, carriere e organi di autogoverno». Infine, c’è il folto gruppo delle banderuole: quelli per cui la separazione delle carriere era necessaria e urgente quando la volevano loro, ma adesso è un attentato alla democrazia.
Sono quelli che aderirono alla mozione “Fianco a fianco per cambiare l’Italia”, coordinata proprio da Nannicini, con la quale, nel 2019, Maurizio Martina si candidò alle primarie del Pd. Nella parte in cui spiegava come riformare la giustizia, quel testo era cristallino: «La realizzazione di un processo basato sulla parità delle parti e la terzietà del giudice è il nostro progetto in materia di giustizia penale. Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale». Notare: «Il nostro progetto».








