Accade una cosa singolare nelle campagne pugliesi. Gli agricoltori stanno lasciando marcire nei campi tonnellate di angurie e meloni. Non per protesta, non per sciopero. Semplicemente perché raccoglierli costa più di quanto possano rendere loro. Non è una novità, purtroppo. Nell’ultimo decennio è già accaduto per pesche, nettarine e albicocche. Ma il caso delle cucurbitacee pugliesi è emblematico di come questi fenomeni si possano moltiplicare all’infinito. Mettendo in ginocchio i produttori di varietà molto diverse fra loro.

La forbice dei prezzi dal campo alla tavola tende ad ampliarsi, fino a schiacciare i coltivatori. Un'anguria viene pagata al produttore anche nove centesimi al chilogrammo. La stessa anguria, qualche giorno dopo, si trova nei supermercati aun euro e cinquanta. Il coefficiente di moltiplicazione è di diciassette volte. Ancora più stridente il caso dei meloni gialli di Brindisi: trenta centesimi al campo, tre euro sullo scaffale. Mille per cento di ricarico.

Coldiretti Puglia ha diffuso in questi giorni dati della campagna estiva. Le angurie quotano 9-10 centesimi al chilogrammo. I meloni gialli brindisini sono scesi a 30 centesimi. «Agli agricoltori non conviene neppure raccoglierli», dice la nota ufficiale, «li stanno trinciando e interrando». Il fenomeno ha dimensioni macroscopiche. Nella provincia di Brindisi si vedono distese di angurie che si spaccano al sole. I trattori le seppelliscono come rifiuti organici. Il paradosso è che il mercato, contemporaneamente, funziona regolarmente. I supermercati vendono angurie e meloni ai soliti prezzi. Una rilevazione sui discount del nord Italia registra angurie a 0,69-1,99 euro al chilogrammo e meloni a 1,99-2,99 euro. Nei supermercati tradizionali si arriva fino a 3,49 euro per i meloni.