«Un gioco di squadra», è questo il jazz per Fabrizio Bosso, «infatti ho sempre rifiutato di esibirmi da solo, preferisco il dialogo con altri musicisti». È un’estate di concerti quella del trombettista torinese, che a giugno ha pubblicato Welcome Back, il suo ultimo disco con Alberto Marsico all’organo e Alessandro Minetto. Insieme sono lo Spiritual Trio e continuano la loro rilettura della musica nera.

Il jazz nasce come musica di rottura, oggi cos’è?

«Al centro oggi ci sono il repertorio e l’atteggiamento dei musicisti. Per coinvolgere il pubblico, che va sempre rispettato, deve esserci al primo posto il feeling tra i musicisti. L’opposto dell’individualismo che vediamo anche nel pop dove c’è il cantante al centro e poi non importa chi suona con lui. L’intesa nello Spiritual Trio è evidente perché siamo amici da una vita e siamo felici di suonare insieme».

Il jazz è politico?

«Per me non è una questione di destra o sinistra, anche se non suonerei mai per qualcuno che ha ideali totalmente opposti ai miei. Il jazz, l’arte, può fare qualcosa di buono per il mondo senza per forza schierarsi. Magari non fermiamo le guerre, ma possiamo aiutare le persone intelligenti a stare lontano dalla violenza».