Quest'estate sulla tv italiana è andata in onda una piccola, grande rivoluzione, legata però a un format che di rivoluzionario sembra aver poco: La Ruota della fortuna. In una mossa tanto attesa quanto insperata, infatti, il patron di Mediaset Pier Silvio Berlusconi e i suoi hanno deciso di scardinare l'ordine costituito dell'access prime time di Canale 5, da decenni appannaggio di Antonio Ricci, sostituendo Paperissima Sprint con una nuova versione del quiz ora condotto da Gerry Scotti (l'esperimento estivo serve in realtà per testare il terreno sull'autunno, dove Striscia la Notizia slitterà per scappare dagli ascolti scricchiolanti degli ultimi anni e soprattutto la concorrenza dell'Affari Tuoi del golden boy De Martino). L'azzardo sembra aver dato i suoi frutti, perché gli ascolti funzionano e soprattutto il sentiment - come si dice oggi - sembra più che positivo, addirittura entusiasta.Non che appunto La Ruota della fortuna sia una novità: il format originale statunitense è del 1975, sbarcato poi in Italia dal 1989 e legato soprattutto alla conduzione di Mike Bongiorno. Ma il suo nuovo collocamento (Gerry Scotti era tornato a condurla già nel 2024 ma in preserale) è stato accolto con una vera e propria ventata di aria fresca. Basta scorrere i commenti estasiati sui social, che possono essere letti sotto la lente di diverse motivazioni. Da una parte un generale distacco, soprattutto delle generazioni più giovani, dai metodi simil-scandalistici e un po' trash di Striscia, considerata altresì un feudo inattaccabile. Dall'altra sicuramente un sentimento nostalgico che anima chi tra gli anni Ottanta e Novanta era giovanissimo e sempre incollato al televisore e che ora, a cavallo se non superati i 40 anni, gioisce di questo ritorno al passato.Nostalgia canagliaSe si aggiunge che nella rivoluzione del Biscione c'è anche il rispolvero di Sarabanda, il quiz musicale di Enrico Papi, riposizionato dal lunedì al venerdì alle 18.50, il gioco è fatto: la Macchina del Tempo (no, non quella di Alessandro Cecchi Paone) ci ha riportato indietro i palinsesti di almeno due decenni. E tutto ciò facendola sembrare una novità copernicana. La nostalgia, del resto, è l'emozione primaria dei millennial. Lo dimostrano innumerevoli casi recenti, anche fuori dal mondo televisivo. L'annuncio l'estate scorsa del tour reunion degli Oasis, attualmente in corso, ha mandato letteralmente nel panico milioni di fan che si sono buttati, spesso invano, alla ricerca di costosissimi biglietti, immediatamente trasformatisi non solo in ingressi a un concerto ma anche salvacondotti verso una giovinezza che non c'è più.L'entusiasmo per le prime foto del dietro le quinte del secondo Diavolo veste Prada, con una Meryl Streep aka Miranda Priestly rediviva a vent'anni dal primo film, è testimonianza della stessa tendenza. L'elenco potrebbe continuare per esempio con la gioia alla notizia che Katie Holmes e Joshua Jackson, i Joey e Pacey di Dawson's Creek, torneranno in una trilogia di film, o che anche La Signora in giallo rivivrà anche se con un nuovo volto. Le serie true crime che arrivanno prossimamente (Portobello, Il mostro, anche alla prossima Mostra di Venezia) rispolverano casi che hanno tenuto banco nella cronaca di quotidiani ingialliti da decenni. Tutto ciò che è avvenuto tra gli anni Novanta e Duemila ci appare oggi come un Eldorado meraviglioso e utopico, tanto che nei nostri ricordi un po' partigiani riusciamo addirittura a rivalutare cose che già all'epoca ci apparivano troppo stravaganti per essere vere, tipo i Tamagotchi, le zeppe Fornarina e le hit di Ambra Angiolini.Il rifugiarsi nel comfort dei tempi andati non è certo un meccanismo inedito per l'animo umano: dal nostos di Odisseo al «Silvia rimembri ancora» di Leopardi, per non parlare delle varie fragilità post-moderniste, l'uomo ha sempre rivolto gli occhi alle sue spalle per cercare consolazione o comprensione. Ma negli ultimi tempi la nostra generazione ha aggiunto due elementi fondamentali all'equazione: da una parte la potenza evocativa dell'immaginario pop massificato, che è divenuto (dopo il crollo di religioni, partiti politici e classi sociali) uno dei pochi collanti trasversali che abbiamo; dall'altra la percezione che il futuro sia una una selva apocalittica fitta di crisi economiche, ambientali e culturali.La fuga dal presenteIl riscaldamento globale, le guerre in ogni continente, la crisi degli affitti, l'assenza di modelli di riferimento, le fake news, le pandemie, l'ennesimo reboot de I Puffi: se tutto il presente ci sembra una massa di contraddizioni pericolose e incomprensibili, a maggior ragione il futuro è altrettanto indecifrabile. Anzi, sentimenti come l'ansia anticipatoria ci distolgono da un pensiero organico rivolto al domani, quasi fosse l'ultimo istinto di conservazione che ci è rimasto. Ma allora quello che resta non è altro che il passato. Poco importa se negli anni Novanta ci mettevamo i cappelli da pescatore, avevamo solo sei canali tv, viaggiavano solo quelli che potevano permettersi il Concorde e il debito pubblico iniziava a schizzare alle stelle: a noi basta tornare in un periodo in cui c'erano le Spice Girls, il Nokia 5110 e le Big Babol ripiene all'uva. Il bello è che siamo ben consapevoli di questo meccanismo dello struzzo, ma ci sembra anche l'unica strada percorribile.Accanto a tendenze nostalgiche e quelle sì pericolosamente relittuali (il nazionalismo, l'autoritarismo, il militarismo ecc.), questa nostra “nostalgia pop” sembra però più innocua, e per certi versi anche salvifica, quasi fosse sintomo di un'ondata emotiva che ci cementa al di là degli aspetti identitari più asfissianti. Se abbiamo pianto in questi anni per la scomparsa di Raffaella Carrà, Luke Perry e anche in questi giorni per Ozzy Osbourne è perché se ne sono andati pezzi della nostra giovinezza, ma anche pezzi di quel collante che ci rendeva un'umanità condivisa, certo plasmata dai media e dal consumismo, ma anche affrancata da divisioni più microscopiche e deleterie.Se il filosofo Walter Benjamin raffigurava l'Angelo della Storia con due volti, uno rivolto al passato e uno all'avvenire, forse anche noi facciamo bene a nutrire il sentimento della perdita di ciò che è stato. Solo lo sforzo comune dev'essere anche quello di affiancarvi uno sguardo un pelo più costruttivo verso il futuro. Nel frattempo, però, voi ridateci anche il Festivalbar.