Il governo caccia a colpi di carte bollate l’ex n.1, e il figlio del papà presidente del Senato si prende l’ente pubblico. Messa così, l’elezione di Geronimo La Russa alla guida dell’AutomobilClub d’Italia (ACI) sembra l’ennesimo caso di amichettismo del Governo Meloni. In realtà, è l’epilogo perfetto (almeno per chi l’ha condotta) di una battaglia di diritto giusta, che poi si è trasformata anche in un’occasione politica molto ghiotta: mettere le mani su un colosso da oltre un milione di soci e 400 milioni di fatturato, bacino di voti trasversale, centro di potere e d’affari non indifferente.

L’era Sticchi Damiani si era già conclusa a febbraio, con la nomina del generale Tullio Del Sette come commissario, ma adesso con l’elezione del nuovo presidente si può dire che l’ACI abbia voltato definitivamente pagina. Finisce quella che era diventata un’autentica telenovela, raccontata in più puntata dal Fatto: lo scorso autunno Sticchi Damiani, storico ras dell’ente, si era fatto riconfermare per la quarta volta consecutiva, contro la legge sugli enti pubblici che fissa un limite di tre mandati. A quel punto ne era nato un lungo braccio di ferro col governo, che al suo interno non era nemmeno così unito, visto che i ministri Abodi e Giorgetti hanno dichiarato guerra al presidente “abusivo”, mentre lui poteva contare sulla sponda di Salvini e di un pezzo di Forza Italia. Tra pareri legali e ingiunzioni, alla fine l’esecutivo ha prima per decreto annullato le elezioni di ottobre, chiedendone l’immediata riconvocazione, e poi, di fronte alle ulteriori resistenze interne, ha deciso di commissariare. Mentre tutti i ricorsi di Sticchi Damiani e i tentativi di ripresentarsi anche alle nuove elezioni sono stati respinti dai tribunali. Così si arriva alle elezioni di ieri che hanno incoronato La Russa jr.