Grazie all'ultimo round di investimenti, Helsing è diventata una delle startup più finanziate in Europa. Se il nome non vi suona familiare, è la startup di droni militari sostenuta, tra gli altri, dal fondo Prima Materia, di proprietà dell'amministratore delegato di Spotify, Daniel Ek. È l'operazione che negli ultimi giorni ha sollevato inviti al boicottaggio e critiche di artisti e cantanti alla già vituperata piattaforma di streaming, che pure nella mossa di business ha poco a che fare. Nel 2021, quando per la prima volta Ek aveva staccato a Helsing un assegno da 100 milioni, la faccenda era passata nell'indifferenza generale.Certo, stavolta l'importo è sei volte tanto. Ma è soprattutto ben più rovente il clima politico e sociale. La guerra è vicina, se ne parla ininterrottamente da quattro anni in Europa, dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. E l'aggettivo “militare” ha perso la connotazione di pura verniciatura mimetica dei tempi in cui il rumore dei cannoni non si sente. Da quando a Bruxelles la Commissione europea da un lato e il quartier generale della Nato dall'altro hanno iniziato a battere i tamburi di guerra, mettere soldi in una startup di armi ha preso una piega del tutto diversa. D'altro canto, se oggi punti le fiches su un'azienda che fa applicazioni militari, ti aspetti che il ritorno sull'investimento sia più vicino di quanto non fosse solo pochi anni fa.Gli unicorni militariSuccede così che Helsing scali le graduatorie delle startup europee più finanziate. Grazie all'ultimo round, la società di Monaco ha raccolto in totale 1,3 miliardi di euro per sviluppare i suoi sciami di droni armati (usati anche dall'esercito ucraino) e ha raggiunto, secondo il Financial Times, una valutazione di 12 miliardi. Pitchbook, piattaforma di analisi dei dati del venture capital, la colloca al quinto posto di una classifica delle maggiori startup europee che vede sul gradino più alto del podio Revolut (la fintech britannica con oltre 41 miliardi di valutazione), seconda Checkout.com (sempre nei servizi finanziari), poi nell'ordine Greeneden Topco e Celonis (che fa software).In questo modo Helsing passa davanti a SumUp (la piattaforma di pagamenti) e a Klarna, la startup svedese di rateizzazione che era pronta a quotarsi a Wall Street in primavera e ha poi messa in pausa il progetto. Rimandato, per ora, all'autunno. Helsing non è la società di tecnologie per la difesa sotto i riflettori. Fresche del titolo di unicorno (ossia una società innovativa con una valutazione di almeno un miliardo di euro) sono anche Tekever e Quantum Systems, altre due startup di droni applicati anche in ambito militare (la prima portoghese, la seconda tedesca).Il business dei droniA crescere non sono solo le aziende di armi, perché nei primi sei mesi dell'anno sono entrate nel vivaio degli unicorni europei, secondo Pitchbook, altre 12 società oltre a Tekever, tra cui Zama, società francese di strumenti a tutela della privacy; la tedesca Gi Aquatech, che sviluppa tecnologie per la depurazione dell'acqua, o l'irlandese Tines, operativa nel campo della programmazione. Tuttavia, il cambio di passo verso il mercato delle tecnologie per la difesa è sotto gli occhi di tutti. Se il mantra è che occorre riamarsi perché, prima o poi, quelle armi toccherà imbracciarle, l'aspettativa sul valore di queste aziende sale.Specie di quelle, come le startup dei droni, che rispondono al nuovo corso della dottrina bellica. L'operazione Spiderweb dell'esercito ucraino, che con uno sciame di 117 droni si è infiltrato fino a 4.300 chilometri in territorio russo mettendo fuori uso 20 velivoli militari nemici, ha dimostrato fin dove si può spingere la guerra fatta con piccoli mezzi autonomi. Molto meno costosi e molto più facili da assemblare e da smerciare. Un centro studi dell'università di Harvard ha stimato che il mercato dei droni militari nel 2032 potrebbe arrivare a muovere un giro d'affari di 27,7 miliardi di dollari. Pitchbook stima che nel 2025 il venture capital investirà 6,9 miliardi di euro in startup dei droni, il doppio rispetto a pochi anni fa.Il primato del fintechLe startup per la difesa sono destinate a diventare le nuove star dell'innovazione europea? Fino a pochi anni fa lo scettro era il mano all'industria del fintech. Se c'erano startup destinate a crescere in un Vecchio continente, erano proprio quelle che, in qualche modo, maneggiavano i soldi, complice anche un quadro regolatorio orientato a facilitare lo scambio di dati e di informazioni. Anche in Italia tra i pochi unicorni ci sono proprio due fintech: Satispay, che opera nel campo dei pagamenti, e Scalapay, entrata invece nel business del “compra ora, paga dopo”.Nel 2024 la stessa Banca centrale europea riconosceva in uno studio che tra il 2016 e il 2023 si sono state fondate nel Vecchio continente il doppio delle startup fintech dei 15 anni precedenti. Se l'Europa non era stata in grado di agganciare il business dei social network o quello delle mega-piattaforme, si era almeno assicurata un posto in prima classe nella carrozza dei servizi finanziari. I candidati, però, ora sono alla prova di maturità. Far crescere il business e far tornare i conti. E secondo un'analisi della testata Sifted, pochi finora ci riescono: 13 startup fintech su 50 prese in esame.Politica e appalti pubbliciLe perdite denunciate da Klarna nell'ultima trimestrale sono un segno della pressione a cui queste imprese sono sottoposte. E se queste devono cercare conferme sul grande mercato del largo consumo, le startup delle armi possono “vantare” una clientela più selezionata e circoscritta: gli Stati con i loro eserciti. E un mandato politico che oggi, da Bruxelles in giù, salvo alcune eccezioni (vedi Madrid), recita riarmo. Proprio la Germania, che ha fatto inversione a U sulla sua tradizionale ritrosia a toccare palla in campo militare, è il paese che ha ricevuto secondo il Nato innovation fund (Nif, il fondo dell'Alleanza atlantica per gli investimenti in innovazione tecnologica per la difesa) e Dealroom (società di raccolta dati sul mondo startup) più investimenti in startup correlate alla difesa nel 2024, per circa la metà dei 3,2 miliardi complessivi degli ultimi anni.A febbraio Nif e Dealroom hanno stimato che nel 2024 in Europa il venture capital ha piazzato 5,2 miliardi nei settori sicurezza, militare e resilienza. Voce, quest'ultima, in cui ricade anche il comparto energetico (con la spinta al nucleare a farla da padrone), che così aiuta a far brillare i numeri del rapporto più che se si fossero presi in considerazioni i segmenti militari più propriamente detti (un assist per il Nif, che è voce interessata dato che investe in quei campi). Ciononostante, i risultati finali sono di tutto rispetto: +24% di investimenti in più in questi settori rispetto al 2023. E mentre negli ultimi anni il venture capital in generale calava del 45% rispetto al periodo immediatamente precedente, i soldi per armi e sicurezza crescevano del 30%.Ad assicurare gli investitori che con le startup militari si va sul sicuro è la corsa agli armamenti garantita da fondi pubblici. Qui non ci sono clienti insolventi da inseguire, come per Klarna. I Paesi Nato che si sono dati 10 anni per arrivare al 5% della spessa pubblica in difesa. La stessa Alleanza ha creato il Fondo innovazione che ha in dotazione un miliardo per fare operazioni in tandem con altri operatori finanziari. Poi c'è la Commissione, che ha 7,3 miliardi in portafoglio nel suo fondo per la ricerca e l'innovazione militare, che solo ai droni assegna tra il 4% e l'8% del suo budget annuo. E a marzo la Banca europea degli investimenti ha ammesso la difesa tra i settori che possono essere sostenuti con i suoi fondi. Si rispolvera in questi tempi l'adagio latino che recita: “Si vis pacem, para bellum". E che in Europa, però, qualche investitore tech ha riadattato: “Si vis pecuniam, para bellum”.