I più sorpresi sembrano i russi che, forse non a torto, contano su di lui. «Il presidente americano è di nuovo in bilico nella sua oscillazione politica», ha detto con disappunto il falco del regime, Dmitry Medvedev, al quale non difetta la franchezza. Armi no, armi sì, armi forse. Donald Trump continua a diffondere un alto grado d’incertezza sugli scenari di crisi e, segnatamente, sull’Ucraina che ora, all’ennesima piroetta, parrebbe daccapo intenzionato ad aiutare. È un pendolo perpetuo. E proietta un’ombra imponderabile sulla Conferenza per la ricostruzione del Paese aggredito che si tiene a Roma in queste ore.

Nulla di nuovo. L’unica costante del tycoon è la volubilità, annotava Bob Woodward. Durante il primo mandato, il consigliere economico Gary Cohn e il segretario dello staff Rob Porter gli facevano sparire a turno le carte dal Resolute Desk, onde vanificarne le decisioni più pericolose, puntando sul fatto che le avrebbe dimenticate in breve. «Ciò che conta non è cosa abbiamo fatto per il Paese ma quello che abbiamo impedito a Trump di fare», diceva Cohn. Il problema del secondo mandato è che il presidente non ha più attorno funzionari capaci di frenarlo ma cortigiani. L’ultima sospensione di forniture a Kiev potrebbe essere figlia di un eccesso di servilismo di Pete Hegseth, il segretario alla Difesa più realista del suo re.