Elogio di Fausto Bertinotti, che la prossima settimana mette all’asta alcuni quadri. I due più noti sono le serigrafie raffiguranti Mao Tse Tung realizzate nel 1972 da Andy Warhol, che l’ex presidente della Camera ha ereditato una decina d’anni fa dall’amico banchiere Mario D’Urso.

«Ho bisogno di soldi, vendo questi e mi tengo quelli che mi interessano» ha fatto sapere sintetico il grande comunista. Si è così attirato le critiche di un altro comunista storico, ancorché di minor fortuna e patrimonio artistico.

Marco Rizzo lo ha accusato di essere «un comunista da salotto, che vede l’arte come qualcosa in suo possesso, mentre io, se li avessi avuti, li avrei venduti subito, per finanziare il risorgere del Sol dell’avvenire». Non c’è da stupirsi. Uno comunista altermondista, l’altro comunista sovranista, i due sono fatti della stessa pasta ma antitetici.

Bertinotti è meglio, per tanti motivi. Il primo è perché, quando ha capito di aver fallito politicamente, si è ritirato assumendosi tutta la responsabilità dei propri errori. Romano Prodi, allorché il leader di Rifondazione gli terremotò il secondo governo su due, gli consigliò di «bersi un brodino caldo». Lui lo ha fatto e ancora lo sta sorseggiando in salotto. Il secondo è perché, pur essendo fuori dal giro da vent’anni, la sua eredità politica resta di straordinaria attualità: 27 anni fa fece cadere un esecutivo (il Prodi uno) con dentro ministri come Vincenzo Visco, Pierluigi Bersani, Luigi Berlinguer, Giorgio Napolitano e Walter Veltroni perché lo riteneva troppo poco di sinistra. Da allora si capì che l’ammucchiata rossa può vincere ma non dura, che da quelle parti ci sono troppi polli ma nessun gallo e che questo destino non cambierà mai. Il terzo è perché, mettendo il grande Timoniere in vendita, per di più a cifre basse, garantisce l’interessato, dimostra che per i compagni tutto ha un prezzo, e non è neppure troppo salato. Lezione da tenere a mente quando da quelle parti qualcuno si alza a parlare di principi o di superiorità morale.