Si parla tanto, a volte a sproposito, di inclusione. E poi c'è chi passa dalle parole ai fatti. È il caso della Nazionale italiana di frisbee (anzi no, si dice flying disc e riunisce tre discipline del disco volante: l'ultimate, il freestyle e il disc golf) in questi giorni impegnata a Logroño, in Spagna, nel Campionato Mondiali ultimate Under 24. La notizia, adesso. Anzi, la buona notizia. Tra gli azzurri c'è Luca Bruni, ventitreenne bolognese, atleta con sindrome di Down che gareggia con i normodotati. Di più: va anche in meta, come è successo (due volte!) nel match di lunedì scorso tra Italia e Hong Kong. Ecco l'inclusione vera, reale, buona e giusta. Quella di Luca non è un'apparizione simbolica. È iscritto nel torneo Open (maschile), non fa parte di una realtà mixed ability, come si dice nel rugby delle formazioni che abbracciano le diversità umane. E condivide gioie, delusioni e ambizioni della squadra azzurra. «È un evento eccezionale – sottolinea Enzo Casadidio, presidente della FIGeST –, non esistono precedenti: Luca è il primo atleta con sindrome di Down della FIGeST convocato in una Nazionale non paralimpica».

Dietro all'impresa di Luca Bruni, rara se non unica nel panorama sportivo nazionale e forse mondiale, c’è appunto la FIGeST (Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali), che ha accolto da due anni il flying disc tra le sue discipline. Non solo. Dietro all'impresa di Luca c'è anche una comunità che ha saputo vedere nello sport uno strumento potentissimo di autonomia, crescita, relazione e condivisione.