Caricamento player

Appena usciti dall’aeroporto di Srinagar, la capitale indiana della regione del Kashmir, vari cartelli danno il benvenuto nel “paradiso in Terra” (“Welcome to paradise on Earth”). Fra un cartello e l’altro si notano però jeep blindate e camionette dell’esercito: soldati con mitra e fucili d’assalto sono a bordo strada. Si potrebbe pensare sia una misura d’emergenza intorno all’aeroporto, ma non è così.

Il Kashmir è una delle regioni più militarizzate al mondo: soldati, caserme e posti di blocco sono ovunque, nelle vie del mercato e in montagna: ufficialmente l’India dice di avere lì 200mila soldati, ma stime indipendenti ritengono che possano essere 700mila (su un esercito totale di 1,2 milioni di soldati). Srinagar e alcune località vicine sono però anche importanti destinazioni turistiche. Laghi, vette, paesaggi di montagna e clima più fresco attirano migliaia di turisti, perlopiù indiani. Da due mesi, però, non arriva quasi nessuno. L’attentato del 22 aprile a Pahalgam (26 morti, quasi tutti turisti) e i successivi scontri militari con il Pakistan hanno fatto scappare tutti: è come se Rimini e la riviera romagnola ad agosto fossero vuote.

Il crollo del turismo ha messo in crisi l’economia locale e decine di migliaia di persone che ci lavorano, ma anche parte della narrazione del governo del primo ministro nazionalista Narendra Modi, che proprio attraverso il turismo sta cercando di “normalizzare” il Kashmir e di assorbirlo nel suo progetto di uno stato sempre più induista.