Il video è in bianco e nero perché è la ripresa delle telecamere a circuito chiuso. L’immagine è fissa sul cancello dell’ingresso dell’edificio della Procura con l’insegna in farsi: «Prigione di Evin». Neanche due secondi e «bum», l’esplosione. Cadono pezzi della facciata, pezzi del portone. Shiva Mahboubi, ex detenuta e portavoce del comitato per la liberazione dei prigionieri politici e di coscienza in Iran, dichiara che ci sarebbero feriti e parla di più crolli all’interno della struttura. Pareti, soffitti, finestre. Altri fotogrammi mostrano un muro della prigione disintegrato. Qualcuno racconta di più deflagrazioni.

«Teheran brucia», ci scrivono. L’esercito israeliano colpisce i simboli del potere della Repubblica islamica. Raid chirurgici che umiliano il regime nella sua immagine. Parte con le bombe su Evin perché è il marchio di fabbrica di una dittatura che per sopravvivere incarcera, tortura e silenzia.