A poche settimane dalla sua nomina a capo del Center for Prevention Programs and Partnerships (CP3), l’ufficio del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) incaricato della prevenzione del terrorismo interno negli Stati Uniti, Thomas Fugate è ormai una delle figure più discusse nel panorama politico americano. La sua scelta da parte dell’amministrazione Trump, in un contesto di crescenti tensioni

Il CP3, nato sotto l’amministrazione Biden, era stato concepito come una risposta integrata al fenomeno crescente della violenza interna di matrice ideologica, suprematista o politica. Sotto Braniff, contava circa ottanta dipendenti e gestiva fondi per decine di milioni di dollari. Oggi, sotto la nuova gestione trumpiana, il centro è ridotto a poco più di venti addetti e il budget è stato quasi azzerato.

La nomina di Fugate ha dunque assunto un significato più politico che tecnico.

Al momento, Fugate non ha ancora delineato pubblicamente un piano operativo per il futuro del CP3. Secondo alcune fonti, l’obiettivo reale potrebbe essere il progressivo smantellamento del centro, considerato dalla nuova amministrazione un retaggio dell’era progressista. Altri suggeriscono che il giovane dirigente possa essere semplicemente un “traghettatore”, scelto per la sua fedeltà politica e destinato a ricoprire il ruolo fino a una futura riorganizzazione più profonda del DHS.