C’è un cancello, a Maranello, in via Abetone inferiore 4, che oggi è diventato un’icona, un totem, un punto cardinale per chiunque abbia mai sognato una Ferrari.
E’ l’ingresso della fabbrica dove nascono le Rosse, un luogo di pellegrinaggio, un po’ come la Torre di Londra per i turisti o la fontana di Trevi per gli amanti di Roma. Solo che qui, invece di lanciare monetine, si scattano selfie. E non con un qualsiasi oggetto in primo piano: davanti a quel portone si portano supercar, meglio se Ferrari, per immortalare l’agognato (e banale, diciamolo) #ritornoacasa. Un hashtag scontato ma che sa di epica e di marketing, di sogni realizzati e di vanità appena un po’ compiaciuta.
Un gruppo di amici e una vecchia 348
Ma non è di selfie e di status symbol che vogliamo parlare. Ma di qualcosa di più raro, più antico, più umano. Qualcosa che scalda il cuore. Parliamo di quel che è successo il 31 maggio scorso, un sabato pomeriggio, quando un gruppo di amici, ebbri di gioia per aver appena coronato il sogno di possedere una Ferrari 348, si sono fermati davanti a quel portone. Non solo per la foto di rito, ma perché la loro rossa, capricciosa come solo una diva sa essere, li ha traditi: batteria morta, auto immobile, Milano lontana.






