Se n’è andato Vittorio Di Battista. Di Battista senior, o meglio “Vitto Dibba”, come ebbe scherzosamente a definirsi lui, nell’epoca d’oro. Sì, il papà di Alessandro Di Battista, che ne ha dato l’annuncio in uno struggente post social: «È stato un grande papà. È stato un uomo perbene, con i suoi pregi e difetti come tutti, del resto. Sempre fedele a se stesso, fino alla fine. Dannatamente coerente e straordinariamente incurante del giudizio altrui. Io sto male, ovviamente», ha aggiunto l’ex deputato. «Ma sento che in un certo senso che il cerchio si è chiuso nel modo giusto. Ho preso da lui tutto quel che andava preso e lo porterò sempre con me. A testa alta e con un nodo in gola». Parole commoventi che, ferme le differenze abnormi di cultura e posizionamento, avvolgono della amarezza figlia del tempo che passa e riportano agli anni in cui s’era tutti più giovani. Un decennio fa, o qualcosa in più.

Alessandro Di Battista era il volto del grillismo, il Movimento 5 Stelle prima maniera, quello dello spaccavetrismo politico, dello tsunami e del pedale dell’antipolitica affondato al massimo. E s’era maturato questo schema qui, per un periodo. “Dibba” come una sorta di “Che Guevara” dei gialli, il ribellista puro dal megafono facile. E Luigi Di Maio invece il damerino in cravatta e capellino pettinato da portare ai tavoli che contano. Un dualismo con una sua logica, per i tempi che correvano. E in questo racconto di demagogia spinta, bagni di folla, svarioni costituzionali e spesso grammaticali si faceva largo spesso lui, “Vitto Dibba”.