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Il referendum sulla cittadinanza dell’8 e del 9 giugno è stato un fallimento per chi lo aveva promosso: non solo non ha raggiunto il quorum, ma tra i cinque quesiti presentati ai seggi è stato di gran lunga quello che ha ottenuto più “No”. L’obiettivo era ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza in Italia necessario per chiedere la cittadinanza. Per farlo sarebbe bastato abrogare una parte della legge attuale, la numero 91 del 1992.

I risultati sono stati peggiori del previsto: tra le persone che sono andate a votare, solo il 65 per cento si è detto favorevole, circa 10 milioni di persone, mentre più di 5 milioni hanno votato contro. È un dato notevole, perché per come funzionano i referendum abrogativi è sufficiente non andare a votare per non farli passare, oppure non ritirare la scheda al seggio. Negli altri 4 referendum per cui si votava, quelli sul lavoro, la percentuale dei “Sì” è stata infatti ben più alta, tra l’86 e l’88 per cento (tutti comunque sono rimasti molto lontani dal quorum).

La procedura per ottenere la cittadinanza italiana è quindi rimasta com’era: molto problematica per chi cerca di seguirla, e non solo per i tempi lunghi. Per chiedere la cittadinanza serve appunto risiedere per 10 anni in Italia, ma anche conoscere la lingua italiana, non avere precedenti penali e avere un certo reddito minimo annuale. Quando qualcuno ottiene la cittadinanza rispettando questi criteri si parla di “naturalizzazione”. Per quanto questi requisiti possano sembrare semplici e intuitivi, le procedure burocratiche che richiedono e il modo in cui vengono messi in pratica hanno molto spesso esiti problematici e per certi versi paradossali, quando non direttamente discriminatori.