Oltre 170 chilometri di costa del Ras Shukeir, una regione chiave per le attività petrolifere, come garanzia per l’emissione di un sukuk: strumenti simili alle obbligazioni e compatibili con la legge islamica. È la manovra intentata dal governo egiziano guidato dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, con un annuncio che risale alla prima metà del mese e ha scatenato tensioni sulla “svendita” del territorio nazionale per il sostegno a finanze traballanti e appesantite dalla crisi.
La vicenda
L’oggetto del contendere è l’iniziativa di assegnare al ministero delle Finanze del Cairo la porzione di costa come asset di garanzia, all’interno di un piano di emissioni nell’ordine dei circa 2 miliardi di dollari americani nel 2025. L’0biettivo del Cairo è alleviare un debito esterno oltre la soglia dei 155 miliardi di dollari americani nel 2024, con costi di servizio stimati vicino ai 22,46 miliardi di dollari nel solo 2025.
L’accusa opposta è di fare cassa con beni pubblici, esponendo il Cairo al rischio di perdita sulla sovranità della porzione di costa. I sukuk sono strumenti che rientrano nel perimetro della finanza islamica e ne rispettano il divieto di riscossione di interessi (riba), conferendo al finanziatore la partecipazione in una proprietà o progetto sottostante. Il sukuk predisposto dal Cairo rientra nella tipologia degli sukuk al-ijara, una categoria innestata su un meccanismo simile al leasing: l’investitore non diventa proprietario di una quota della terra ma gode dei rendimenti che derivano dal suo canone di locazione.






