La “emorragia di risorse” che dal nostro Paese muove verso l’estero trova una molla centrale nella vera e propria trasformazione del modo di vivere e percepire la dimensione lavorativa, in particolare da parte delle giovani generazioni soprattutto dopo l’esperienza della pandemia che ha permesso a molti di studiare e lavorare da remoto, da casa. Quell’esperienza ha permesso di ricollocare la sfera lavorativa all’interno di uno spazio più ampio della propria vita. E di ridimensionarne anche il significato e la portata. Diversi sono gli elementi che spingono a sostenere l’esistenza di un differente ordine di priorità. Vediamoli sinteticamente.

In prima istanza, vengono gli aspetti importanti nella scelta di un lavoro. Sono i fattori “immateriali”, come “credibilità”, “rispetto” ed “equità”, più che quelli organizzativi e “strumentali” a definire i criteri di scelta, le lenti attraverso le quali si valuta un’occupazione. Ciò significa che a parità di condizioni, il peso della scelta va verso i primi, piuttosto che i secondi.

Un secondo aspetto rimanda al posto che il lavoro occupa nell’orizzonte dei valori e della quotidianità (Marini e Lovato Menin, Il posto del lavoro, Ed. IlSole24Ore, 2024). Per il 47,3% delle giovani generazioni esso ha una centralità esclusiva o prevalente nella loro vita, mentre è così per ben il 62,4% dei più adulti (oltre 65 anni). Quindi, è sì importante nella definizione della propria identità individuale e sociale, ma si deve coniugare con le altre sfere di vita come il tempo libero e il loisir, la cultura, il benessere psicofisico, la salute e così via. Insomma, il valore del lavoro vive in “condominio” con altri aspetti che non sono più secondari nella vita degli individui, ma assumono una valenza analoga, se non addirittura superiore in certi casi: è la centralità del bilanciamento fra lavoro e vita personale (work-life balance).