Un missile ha sventrato il vecchio reparto chirurgico del Soroka Medical Center di Beersheba. Era stato evacuato mercoledì sera, dopo un’allerta dell’intelligence. Giovedì mattina, però, l’ospedale più grande del sud di Israele, è stato centrato dalle bombe iraniane. Anche a grappolo, accusa Tel Aviv. Danni enormi, decine di feriti tra cui sei gravi. Reparti chiusi, fumo denso tra le corsie. Urla e devastazione. «L’ospedale Soroka serve l’intera regione del Negev, curando israeliani, i nostri vicini palestinesi, cristiani. Il suo personale devoto, ebrei e arabi, lavora fianco a fianco unito dalla missione di guarire», dice il presidente Isaac Herzog. Per l’Iran è un danno collaterale. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sostiene che l’obiettivo era una base militare adiacente e la colpa sarebbe di Israele. «La struttura è utilizzata principalmente per curare i soldati israeliani coinvolti nel genocidio a Gaza, a 40 chilometri di distanza, dove è stato distrutto o danneggiato il 94% degli ospedali palestinesi».
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La tensione sale alle stelle. A Beersheba è solo uno dei crateri. Altri missili da Teheran sono caduti su Holon, Ramat Gan, Azor. Secondo l’Idf, l’esercito israeliano, l’Iran questa volta ha impiegato ordigni a grappolo da 500 chili: un missile si divide in 20 submunizioni, seminando schegge su un raggio di otto chilometri. Gli artificieri israeliani chiedono ai civili di non toccare nulla. Mentre ancora si cerca sotto le macerie, arriva il monito del ministro della Difesa, Israel Katz. Il dito puntato sulla Guida suprema: «Il codardo dittatore iraniano si nasconde nelle profondità del bunker fortificato e da lì spara colpi contro Israele. Ali Khamenei non può essere autorizzato a continuare a esistere». Parole che Netanyahu avalla: «Nessun leader è immune», dice dopo aver ispezionato l’ospedale colpito. E racconta di come suo figlio abbia dovuto cancellare le nozze per la seconda volta «a causa dei missili».










