Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 13:13

Adriana Smith aveva da poco compiuto 31 anni, statunitense, era stata dichiarata cerebralmente morta lo scorso febbraio dopo una crisi respiratoria e una successiva tac da cui erano emersi vari coaguli di sangue nel cervello. Smith non ha avuto solo la disgrazia di questo tragico incidente, ma è stata doppiamente sfortunata: nel suo stato di residenza, la Georgia, l’aborto è illegale dopo la sesta settimana di gravidanza e Adriana, quando è arrivata al Pronto Soccorso dell’Emory Decatur Hospital, era incinta di nove settimane (circa due mesi).

La legge della Georgia è già di per sé ostile ed estremamente restrittiva rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza, se si pensa che una gravidanza alla sesta settimana corrisponde solo a due settimane di ritardo nel ciclo mestruale – circa – rappresentando proprio il periodo in cui è più comune effettuare un test di gravidanza o recarsi da un/una specialista in ginecologia per scoprire eventualmente la notizia. E una volta preso atto della gravidanza, beh, è già troppo tardi per abortire e bisogna trovare strade alternative, come recarsi negli Stati con maggior accesso ai diritti riproduttivi, come Washington, New York o California. A causa delle leggi repubblicane approvate dalla Georgia nel 2019 e in vigore dal 2022, le funzioni vitali di Adriana Smith sono state agganciate alla ventilazione artificiale e ad altri supporti per lunghi mesi, così da fare in modo il suo corpo (non lei, attenzione, il suo corpo) potesse portare a termine la gravidanza. Il personale sanitario ha agito persino contro il volere dei genitori della vittima, per non rischiare l’accusa di “omicidio del feto” prevista dalla legge.