Un’evidente contraddizione, che dovrebbe indurre a una seria e radicale riflessione. In una scuola intimamente novecentesca, attenta a non varcare i confini tra i diversi saperi, si propone un tema fondato sull’interdisciplinarietà, che invita a riflettere sugli affascinanti nessi tra matematica e arte.
Un ambito che ancora attende di essere interrogato nei suoi lati lati inesplorati. Un grafico, una funzione, i giochi tra continuità e derivabilità in un intervallo. Una formula matematica e l’utilizzo poetico e libero che ne ha fatto Umberto Boccioni in una tra le sue più importanti sculture, realizzata nel 1913, riprodotta sulle monete da 20 centesimi: Forme uniche di continuità nello spazio. Un blocco di bronzo che coniuga monumentalità e dinamismo. Posta su un imponente piedistallo tradizionale, una figura maschile è «fermata» mentre sta correndo e attraversando lo spazio. La sua fuga è «annunciata» dalla mancanza degli arti superiori, dal busto accartocciato e deformato, dalle piccole ali che spuntano dai polpacci.
Un capolavoro dal quale affiora la poetica di Boccioni, che pensa le sue opere come «cronotopi», nei quali si vedono simultaneamente più eventi da tanti punti di vista: per rappresentare il perenne ricrearsi della durata, egli inserisce il fattore-tempo nella sintassi delle immagini. Pur mantenendo un’apparenza di compiutezza, i suoi lavori si consegnano a noi come vascelli che assorbono le correnti della vita e si mescolano con quel flusso. Cronista di una cosmogonia di fatti che si succedono impetuosamente, elabora un audace «trascendentalismo fisico». Un realismo estremo.












