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Ultimo aggiornamento: 23:51
È stato un maestro del reportage narrativo, delle lunghe inchieste fatte di viaggi sul campo e mesi di lavoro certosino, con l’unico obiettivo di un’onesta ricerca e verifica dei fatti, senza sconti per nessuno, anche sui temi più incandescenti e divisivi. Il giornalista americano William Langewiesche è morto a settant’anni, per un tumore alla prostata, domenica 15 giugno a East Lyme, nel Connecticut.
Della sua vasta produzione editoriale, pubblicata in Italia da Adelphi, in questi giorni viene subito in mente “Bazar atomico” (2007), un’inchiesta sulle reali possibilità che qualcuno – uno Stato “canaglia”, un’organizzazione terroristica o criminale – possa dotarsi clandestinamente una bomba sporca, a partire dal traffico di materiale nucleare dell’ex Unione Sovietica. Pilota di aerei di professione prima di coltivare con successo la sua vocazione all’inchiesta, Langewiesche è stato per lunghi mesi l’unico giornalista al mondo ad avere accesso all’area dove si lavorava allo smaltimento delle macerie delle Torri gemelle, dopo gli attentati kamikaze dell’11 settembre 2001.
Ne è venuto fuori un altro libro straordinario, “American Ground” (2003), dove non rinuncia a snudare la realtà oltre la retorica, pur di fronte alla tragedia che ha segnato gli Stati Uniti all’alba del terzo millennio. Racconta per esempio una lotta quasi per bande fra pompieri, poliziotti e dipendenti delle imprese edili, ciascuno con le proprie ragioni, sul terreno dove quasi tremila persone erano state massacrate dall’attacco di al Qaeda. E così con la guerra in Iraq in “Regole d’ingaggio“, dove ricostruisce un massacro di civili per mano dei Marines a Hadita. L’invasione ordinata dall’amministrazione Bush, basata su false prove riguardo al coinvolgimento del regime di Saddam Hussein negli attentati dell’11 settembre, la giudicava “una follia”. Sotto tanti punti di vista: in “Bazar Atomico” Langewiesche riporta la scena di un singolo, presunto, miliziano iracheno ucciso con un missile da 180 mila dollari.






