140 anni fa, il 17 giugno 1885, attraccava al porto di New York la nave con le casse che contenevano la Statua della libertà. Era un dono dalla Francia, in omaggio alla fratellanza tra le due patrie delle prime rivoluzioni democratiche moderne. Il monumento in stile neoclassico, rivestito di bronzo, è opera dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi, la struttura portante di metallo è opera di Gustave Eiffel, quello della celebre torre parigina.
L’immagine sembra ispirata alla divinità romana Libertas. Con la mano destra alza una torcia, nella sinistra impugna un libro in cui è scolpita a caratteri romani la data del 4 luglio 1776, questa segna la vittoria dei coloni statunitensi nella loro guerra d’indipendenza dall’impero britannico, in cui avevano goduto dell’appoggio francese.
Con il piede sinistro Lady Liberty calpesta e spezza una catena, quel gesto evoca l’abolizione dello schiavismo al termine della guerra civile. Dalla sua inaugurazione, su un isolotto al largo di Manhattan, quella statua ha accolto per molti decenni ondate di migranti, che venivano messi in quarantena nella vicina Ellis Island. La vista della Statua divenne per generazioni di stranieri un simbolo: la liberazione dall’oppressione dei regimi da cui fuggivano, una promessa di diritti umani e democrazia, la speranza di un nuovo benessere, il Sogno Americano, in una terra d’asilo. Gli immigrati italiani che cercavano di salvarsi dalla miseria e dal sottosviluppo, gli ebrei scampati alle retate di Adolf Hitler, si unirono ad altre ondate da tutti i continenti. Quando i transatlantici entravano nell’estuario dove confluiscono il fiume Hudson e lo East River, Lady Liberty li accoglieva come una figura materna. Nel 1903 al monumento fu aggiunto un sonetto dalla poesia di Emma Lazarus, The New Colossus, rivolto all’Europa e all’Asia, i continenti di partenza degli immigrati: «Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida essa [la statua] con le silenti labbra - Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata».Il tradimento di Lady Liberty viene spesso associato alle politiche di Donald Trump. L’assalto alla libertà accademica con i recenti provvedimenti contro alcune università e contro gli studenti stranieri. Le retate di immigrati illegali. Per l’opposizione americana, e per molti osservatori stranieri, è in corso una involuzione sovranista, nativista, a tratti razzista e autoritaria, che distrugge le fondamenta del Sogno Americano e calpesta la promessa incarnata da Lady Liberty. In questo clima, in Francia non poteva mancare la proposta di chiedere la «restituzione» di quel monumentale dono recapitato 140 anni fa. È l’ultima in data, delle vicissitudini che hanno investito la storia di questa statua: in cui figura anche la chiusura al pubblico per un periodo dopo l’11 settembre 2001, per timore che fosse il prossimo bersaglio degli attentati terroristici dopo le Torri gemelle.La storia di Lady Liberty s’intreccia con le sue promesse, e costringe a un bilancio obiettivo. L’America non ha dovuto aspettare Donald Trump, per essere accusata – a torto o a ragione – di calpestare le sue promesse e i suoi principi fondamentali. Tanto per cominciare dovette passare un secolo dopo la liberazione dal colonialismo britannico, perché i neri fossero affrancati dalla schiavitù negli Stati del Sud. Poi dovettero passare altri decenni perché i diritti civili degli afroamericani venissero effettivamente scolpiti nella legge federale e applicati contro le resistenze degli Stati segregazionisti. La condizione nera non fu l’unica piaga etnica. Ebrei e italiani furono anch’essi inizialmente trattati come cittadini di serie B, talvolta linciati come accadde a undici dei nostri concittadini nella strage della Louisiana tristemente celebre (New Orleans, 1891). Un presidente tuttora considerato come il più progressista della storia, Franklin Delano Roosevelt, non esitò a far catturare e internare in campi di detenzione tanti immigrati di origine italiana, tedesca, giapponese in quanto sospettati di essere complici o spie delle potenze nemiche nella seconda guerra mondiale. Lo stesso Roosevelt peraltro applicò una politica molto restrittiva per l’immigrazione, in base a un principio fondamentale della sinistra: l’importazione di manodopera a buon mercato è un’arma nelle mani dei padroni per indebolire la classe operaia. Roosevelt edificò il suo New Deal socialdemocratico, costruì il primo Welfare moderno, rafforzò i diritti dei lavoratori, avendo cura di mantenere una certa omogeneità etnica nella società Usa. Non c’è un «prima e un dopo Donald Trump» nella storia degli Stati Uniti, ognuna delle svolte attuali ha radici profonde e antefatti antichi. In quanto alla pessima immagine degli Stati Uniti nel resto del mondo: anche in questo caso chi pensa che ci sia un crollo di reputazione «senza precedenti», ha poca memoria storica; basta guardarsi un documentario sugli anni Sessanta o Settanta per ritrovare un mondo unito nell’antiamericanismo, le piazze d’Europa traboccanti di folle con striscioni «Yankee Go Home». Nulla è veramente nuovo sotto il sole.A riprova che non esiste una cesura netta fra un passato nobile e un presente immondo, ricordo lo scandalo scoppiato nell’estate 2018 durante il primo mandato di Trump. Si scoprì che alla frontiera col Messico, di fronte all’afflusso di immigrati senza visto, la polizia Usa separava i figli minorenni dai genitori. Anch’io, come tanti giornalisti, sono accorso sul posto quando è stato segnalato uno di quei centri di detenzione, per soli bambini, in una località semi-desertica vicina a El Paso, in Texas. Lo scandalo era reale; trattare così dei minorenni è un abuso orribile. Ma il livello dell’indignazione, e la visibilità sulle prime pagine dei giornali, è calato di colpo quando si è scoperto che quelle separazioni avvenivano già sotto l’Amministrazione Obama, non erano una novità introdotta da Trump. Negli Stati Uniti la sinistra di governo ha spesso adottato maniere piuttosto dure contro l’ingresso di stranieri illegali e non occorre risalire ai tempi di Roosevelt. Il democratico Bill Clinton costruì un pezzo di Muro al confine col Messico. Anche in questo caso, sembrano colpiti da amnesìa tutti coloro che associano il Muro esclusivamente a Trump. Certo, è lui ad averne fatto un simbolo, e uno slogan da urlare nei comizi elettorali. Quelli prima di lui erano stati più abili, o più discreti, o più ipocriti? Fatto sta che qualsiasi turista può andarla a visitare, da un quarto di secolo in qua, quell’altissima fortificazione in muratura che nel 1994 Clinton fece costruire in California, a Sud di San Diego, per prevenire gli ingressi di clandestini da Tijuana. Poi il tratto più lungo (ben mille chilometri) di barriera fortificata e armata lungo la frontiera venne costruito durante la presidenza di George W. Bush, ma con l’approvazione bipartisan: votarono a favore molti democratici.Tra gli immigrati che in misura crescente hanno votato Trump ho incontrato anche degli italo-americani. Se sono di seconda o terza generazione, dai loro racconti affiora spesso quest’altro tema. «Noi abbiamo dimenticato l’italiano, o non l’abbiamo mai imparato, perché quando eravamo bambini i nostri genitori ci proibivano di parlarlo a casa. Bisognava integrarsi, per farsi accettare. Oggi al contrario ti accolgono negli uffici pubblici chiedendoti se vuoi parlare in spagnolo; i formulari sono scritti in tutte le lingue; gli ultimi arrivati non fanno gli sforzi che facevamo noi». La lingua non è poco: è un deposito della nostra storia e della nostra cultura. Dietro questo capovolgimento, accaduto in poco tempo, l’italo-americano coglie una contraddizione che lo disturba e lo spaventa. Ai tempi suoi la prima cosa che capiva lo straniero varcando la frontiera, è che doveva avere rispetto per il paese d’arrivo, doveva «rigare dritto», meritarsi la fiducia, fare il proprio dovere. Oggi chi arriva da fuori, spesso ha già un’idea dei propri diritti. In mezzo c’è stata la rivoluzione valoriale degli anni Sessanta, la denuncia dei crimini compiuti dall’Occidente all’epoca del colonialismo e dell’imperialismo, quindi la rivalutazione delle «storie dimenticate» dei popoli da noi dominati, la riscoperta delle loro culture. Tutto questo fa parte della storia migliore della sinistra – perché fu soprattutto la sinistra a promuovere un revisionismo storico sulle colpe dell’Occidente – ed è diventato senso comune, una consapevolezza di massa. Ma dopo gli anni Sessanta questo revisionismo si è cristallizzato, stereotipato, fino a diventare una caricatura, un’ideologia fanatica e intollerante. Si è passati in poco tempo da un estremo all’altro: i nostri antenati italo-americani (così come gli irlandesi o i polacchi alla fine dell’Ottocento e nel primo Novecento) immigrarono a un’epoca in cui avevano solo doveri. Le ondate più recenti dei migranti arrivano in un’America dove la sinistra radicale parla solo dei loro diritti; compreso quello di violare la legge se la ritengono ingiusta. Questo spaventa, a ragione, chi è cresciuto con una certa di cittadinanza, di ordine, di stabilità. La storia di Lady Liberty e dell’atteggiamento verso il sonetto di Emma Lazarus non è lineare e non si riduce a una lotta tra il Bene e il Male.






