In questi giorni il bel mondo della sinistra politico-mediatico-editoriale si riconosce (a sua insaputa) nella conclusione cui approda il Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein. «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Tacere sul becero sessismo del compagno Riccardo Magi, segretario di +Europa (più che un partito politico, un caso da manuale di sindrome di Stoccolma). Tacere sugli insulti del compagno Matteo Ricci a una giornalista Rai, accusata tecnicamente di essere “serva” (siamo ben oltre le “iene dattilografe” di Togliatti, e soprattutto Ricci non è Togliatti). Tacere, sempre, quando qualche esponente dei Buoni e dei Giusti rompe le tavole della legge dei Buoni e dei Giusti, perché è esattamente “ciò di cui non si può parlare”: la contraddizione interna, l’autogol, l’errore dell’amico.

È l’amichettismo, questo succedaneo frivolo dell’egemonia gramsciana, l’unica ideologia che è rimasta alla sinistra. E quindi gli amici si coprono, sempre, anche (anzi, a maggior ragione) quando si sono già coperti da soli di ridicolo. Riccardo Magi, uno che voleva essere Pannella e non è riuscito nemmeno a essere un erede decente della Bonino, è colui che al Gay Pride romano ha ostentato il “geniale” cartello arcobaleno dedicato alla Meloni. Faccia della premier riverniciata con lo stilema Lgbtq (non ci ricordiamo le ultime consonanti aggiunte, né vogliamo farlo) e slogan intellettuale: «Amica dei Dicktators». “Dick” risaltava come sintagma a sé, e notoriamente è la traduzione inglese, diciamo ruspante, dell’organo sessuale maschile. La conclusione dell’assioma magiano sull’oggetto dell’amicizia è chiara, e sembra il risultato di una serata etilica tra Harvey Weinstein e un amico più maschilista, supera in grettezza sessista qualunque ipotetico rutto del bar sovranista.