Venezia, 14 lug. (askanews) – Il teatro di Romeo Castellucci è, per definizione, totale e lascia aperte le porte a molte possibili interpretazioni, anche per via del “grande amore per la contraddizione” che lo stesso regista rivendica. Così nell’ambito della Biennale Teatro di Willem Dafoe, Castellucci ha portato nel quasi-labirinto sull’isola del Lazzaretto vecchio affacciata sul Lido l’azione drammaturgia “I mangiatori di patate”, presentato a Venezia in prima assoluta. Il titolo rimanda a un celebre dipinto di Van Gogh e sia i colori del luogo sia alcune figure che fanno la loro dolorosa comparsa nello spettacolo potrebbero far pensare al collegamento tra le due opere d’arte. Ma lo stesso Castellucci spiega che il titolo fa solo da “porta d’ingresso”. E il resto è lasciato alle sensazioni, forti, che gli spettatori, chiamati a muoversi attraverso i diversi spazi del Lazzaretto, devono decifrare da soli.

La dimensione temporale è la prima che si smarrisce, una vota entrati nello spazio dell’azione. Quello che vediamo sembra provenire contemporaneamente dal passato e dal futuro. Ci sono corpi, fin da subito, ma non sono umani, sono qualcosa che forse un tempo era stato umano, ma oggi è un ibrido, una forma forse ancora non conosciuta. Compaiono delle macchine, che sembrano mostri partoriti dalla nostra stessa coscienza tradita da secoli di orrori. Macchine che potrebbero essere aliene o potrebbero rappresentare il nostro stesso senso di colpa occidentale.