A Monte Carlo puoi sentirti ricchissimo e poverissimo, soprattutto se galleggi nel mezzo. Passeggi in centro tra i dehor-santuari dello spolvero, parcheggi la tua utilitaria accanto a una supercar, guardi a bocca aperta gli yacht ormeggiati in porto. Una cartolina patinata che adesso ha una piega sgualcita: l’Unione Europea ha deciso di non ignorarla più. Nel nuovo elenco delle giurisdizioni a rischio sul fronte del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo, la Commissione ha incluso Monaco nella lista nera dei Paesi che presentano «carenze strategiche nei rispettivi regimi nazionali Aml/Cft» accanto ad Algeria, Angola, Kenya, Laos, Libano, Namibia, Nepal e Venezuela, mentre hanno fatto meglio – ed escono dall’elenco – le Isole Barbados, Panama e gli Emirati Arabi Uniti, che (almeno sulla carta) hanno rafforzato le norme antiriciclaggio. Nel Principato di Monaco il passaggio di denaro è straricco e le opacità sono troppe, ha scritto il Gafi (il Gruppo di azione finanziaria internazionale). Un colpo all’immagine di Monte Carlo, un segnale di rottura da parte di Bruxelles. A questo punto il nodo è capire perché l’Ue metta nella lista nera Monaco, culla della mondanità europea e rifugio di imprenditori, ereditieri, tennisti e campioni di Formula 1. Le istituizioni europee – dalle banche alle società di consulenza finanziaria – dovranno applicare controlli rafforzati sulle transazioni con il Princiapto. Più verifiche, più documenti, più domande. L’obiettivo è arginare le falle. Secondo la Commissione Ue i controlli attuali non sono sufficienti a impedire il riciclaggio né a contrastare il finanziamento del terrorismo. La decisione si inserisce nella quarta direttiva antiriciclaggio, che impone una revisione dell’elenco delle giurisdizioni a rischio. A pesare sono stati soprattutto i ritardi nel recepimento degli standard Gafi, i dubbi sulla trasparenza dei beneficiari delle società registrate nel Principato e la resistenza ad aprire le informazioni fiscali alle autorità straniere. Passeggi in centro e guardi le vetrine delle agenzie immobiliari. Attico, vista mare, finiture pregiate: 15 milioni. Gli annunci che nel resto del mondo risulterebbero “a trattativa privata” qui sono esposti in bella vista. Antoine, cortesissimo funzionario di una delle agenzie immobiliari, fa spallucce: «Qui gli stratagemmi finanziari sono la norma. Più controlli, più pratiche, più lavoro con i notai. Ma alla fine chi decide di acquistare casa e prendere la cittadinanza nel Principato non si fa spaventare. I mezzi non mancano». In fondo Monaco è sempre stata terra di frontiera. «Mi ricordo gli anziani monegaschi che giocavano al Casinò nonostante il diveto per i residenti. In caso di vincite sostanziose, si mettevano d’accordo con un non residente: tu incassi e io ti lascio una percentuale. Ci facciamo spaventare da una lista nera dell’Europa? Noi siamo il Principato. D’altra parte, non si pagano tasse sul reddito ma gli assegni per le case sono milionari». Con 2 chilometri quadrati e zero imposte sul reddito personale, Monaco è un microcosmo che attira celebrità, sportivi e imprenditori in cerca di un clima fiscale più accogliente. E qui si annidano le ombre. Il caso più celebre è quello del gruppo Helin International, svelato nei Panama Papers. La società, registrata a Panama, aveva ramificazioni anche a Monaco e offriva un bouquet di servizi: società offshore chiavi in mano, fondi schermati, intestazioni fiduciarie. La finalità? Mascherare i reali titolari dei capitali. Nel 2021, un’inchiesta della Cellule française de lutte contre le blanchiment aveva acceso i riflettori su una rete di società di comodo con sede a Monaco, usate da facoltosi contribuenti francesi per drenare fondi evitando le imposte. Una delle società – il nome non è mai stato reso pubblico – era riconducibile a un noto industriale del Sud della Francia. Nel 2022, invece, è stata la volta di un caso con ramificazioni in Italia. La Guardia di Finanza di Genova ha scoperto un sistema di false fatturazioni per oltre 60 milioni di euro, orchestrato da una società fittizia con sede nel Principato. Il denaro – provento di frodi fiscali e bancarotte pilotate – veniva riciclato attraverso investimenti immobiliari nel quartiere di Fontvieille. Non è un caso se, negli ultimi anni, Monaco è diventato sempre più opaco. Nonostante i proclami di trasparenza e collaborazione con l’Ue, mantiene un registro dei beneficiari accessibile solo su richiesta e con limitazioni. E l’assenza di una vera autorità giudiziaria indipendente complica le rogatorie internazionali e rallenta le indagini transfrontaliere. Eppure, la narrazione ufficiale resta quella di un’oasi regolata e rispettosa del diritto. Il ministro delle Finanze monegasco, Jean Castellini, ha parlato in una nota di «sorpresa e delusione» per la decisione di Bruxelles, annunciando un «dialogo costruttivo» per uscire al più presto dalla lista nera.