Lo gnocco è storia recente: in Italia (siamo al Nord) sbarca solo tra XVIII e XIX secolo. Forse per questo si porta dietro un’ambiguità etimologica che lo rende un unicum: leggenda narra che la parola derivi da knoch, lemma attribuito ad un fantomatico dialetto lombardo (esistono milanese, comasco, bresciano... non il lombardo) che a sua volta deriverebbe dal germanico knöchel. Entrambi i casi - knoch e knöchel - delineano il concetto di nocca ma knoch non viene mai citato nei più accreditati dizionari dei dialetti lombardi. L’etimologia più plausibile sarebbe dunque latina, nucleus, che designa sia nocciolo sia nucleo.

Fermo restando l’irrisolvibile mistero sull’origine dello gnocco, è evidente come nocca, nocciolo e nucleo da un punto di vista semantico afferiscano al concetto di inscalfibile. Lo gnocco è dritto ed è uno soltanto: 2 centimetri di diametro e 3 di lunghezza, rigati uno per uno con forchetta.

Poche balle: gli gnocchetti non esistono, meglio cambiar nome a quelle palline di piombo che negano l’essenza stessa della pietanza (roba da fichetti romani e milanesi). Lo gnocco semmai è gnoccone, ha un corpo che si impone, come quelli che impastava zia Anna, gioiosa nell’ustionarsi le mani che volavano sulla spianatoia: le patate, è fondamentale, vanno lavorate quando sono ancora bollenti. Poi farina, sale e stop: l’uovo serve solo a chi gli gnocchi non li sa fare.