L’unica buona notizia della giornata è la sorte del duo di rapinatori (poi divenuti assassini) che hanno colpito nel Brindisino: uno morto, l’altro catturato. Bene così. Non sentiremo la mancanza - per motivi diversi - di nessuno dei due. Il resto è tragedia pura: la morte di un Carabiniere e l’atroce beffa di perdere la vita nell’ultimo giorno di servizio. Tutti ieri ci siamo immedesimati - credo - in quel povero e coraggioso Brigadiere: sveglia all’alba, magari un saluto particolarmente affettuoso con i familiari e con qualche collega, un rapido pensiero (chissà, temendo la noia o forse la nostalgia del lavoro) a come sarebbero state le sue giornate future, dall’indomani in poi. E invece no: la chiamata, l’inseguimento, fino all’epilogo nel sangue. C’è materia per un romanzo o un film commovente, certo. Ma qui a Libero ci siamo sentiti tutti più arrabbiati che emozionati.
Perché questo delitto non è casuale. Non lo è perché ci ricorda ciò che gli uomini e le donne in divisa rischiano ogni giorno, per lo stipendio non certo stellare che percepiscono. E perché da tempo, per una ragione o per l’altra, mentre possono contare sull’affetto sincero delle persone comuni, non sempre hanno avvertito il sostegno di certa politica e di certi media. Ripensate agli ultimi sei-sette mesi. A fine novembre, il caso Ramy: un giovane egiziano sfugge a un posto di blocco, scatena un inseguimento per le strade di Milano, e infine si schianta. Poi, questa primavera, l’altra storiaccia di Momo, un amico di Ramy: pure qui il giovane nordafricano perde la vita contro un semaforo. Due casi, due vittime: ma non di un incidente stradale, bensì della loro atroce scelta di fuggire davanti a una pattuglia. Qualche settimana fa, un primo terribile salto di qualità, con una vittima innocente in provincia di Bologna: un uomo in auto con sua moglie travolto dalla macchina con a bordo tre sciagurati. E ieri - culmine di questo orrendo climax - l’assassinio di un Carabiniere nel Brindisino.











