Come si fa nelle serie tv anche in Ballerina la squadra è più o meno la stessa di John Wick, specialmente quella del quarto film. Cambia il regista (ma sa adeguarsi agli standard) e si inizia questa nuova puntatona con una nuova trama senza cambiare tono, caratteristiche principali e impatto visivo. Insomma Ballerina sembra a tutti gli effetti un film della serie John Wick e invece è uno spin-off, dedicato al personaggio di Ana de Armas, educata in una scuola di quelle che possono esistere solo nel mondo di John Wick: in cui si imparano la danza classica e le arti marziali, più tutto ciò che implica essere un sicario. Una scuola di avviamento professionale per il difficile mestiere dell’étoile che uccide. Non è bravissima a ballare, la protagonista, ma funziona bene come killer. Ha il mito di John Wick (che a un certo punto capita nella loro scuola, ed è come una star di quel mondo) e al primo incarico già disobbedisce: vuole fare fuori chi ha ucciso i suoi genitori.

Non c’è da stare a guardare troppo il pelo nell’uovo. I film della serie John Wick hanno fatto di tutto per spiegarci che la coerenza della sceneggiatura conta poco, e così i suoi sottotesti (qui l’allegoria di Eva e del desiderio di conoscere che porta alla dannazione è così sbattuta in faccia che potevano farci uno schemino, a questo punto). L’importante sono le trovate visive, quel mondo tra art déco e i laser delle discoteche, l’azione estremamente creativa e la creazione, film dopo film, di questa realtà alternativa in cui i luoghi più iconici nascondono uffici di associazioni di killer che si fanno fuori a vicenda con un gran senso del bello e della classe. In Ballerina tornano infatti i divani Chesterfield, gli uffici in legno, le telefoniste non giovanissime ma tutte tatuate e dal look anni ’50, i computer programmati in DB3 come fossimo negli anni ’80, le stampanti ad aghi e la posta pneumatica. Quel mondo, bisogna dirlo, è centrato perfettamente.