Un primo passo dopo la tregua di Ginevra di un mese fa. Gli Stati Uniti e la Cina hanno raggiunto un accordo tecnico provvisorio al termine di una maratona negoziale di quattro giorni a Londra, che potrebbe rappresentare una svolta nei rapporti commerciali tra le due maggiori economie del mondo. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’intesa con Pechino, precisando che è “fatta, ma soggetta all’approvazione finale mia e del presidente Xi”. “Stiamo ottenendo tariffe del 55%, la Cina avrà un 10% (più un 20% sul Fentanyl, ndr)”, ha detto Trump ai giornalisti riuniti alla Casa Bianca, dove fonti vicine al dossier lo hanno definito come “uno dei più duri mai negoziati da un’amministrazione americana”. L’intesa prevede inoltre la ripresa immediata delle esportazioni cinesi di terre rare verso gli Stati Uniti e l’Europa, un alleggerimento selettivo delle restrizioni americane sull’export tecnologico e il ripristino dei visti per studenti cinesi iscritti a università e college statunitensi.
Pechino e gli Stati Uniti lottano per la supremazia globale. In gioco il futuro dell’industria
Non è ancora una de-esclation definitiva, ma le premesse sono positive. Washington e Pechino, come spiegato dal presidente statunitense Trump, hanno trovato una base per il rispetto degli accordi di Ginevra, che - il condizionale resta d’obbligo - permettere al commercio internazionale di non subìre shock significativi oltre a quelli sperimentati dopo il “Liberation Day” dello scorso 2 aprile. I negoziati, svoltisi nella riservata cornice della Lancaster House di Londra, si sono protratti ben oltre la tabella di marcia iniziale. Secondo fonti vicine al dossier, le delegazioni hanno lavorato fino a tarda notte in più occasioni, con sessioni parallele su dazi, materie prime critiche e accesso al mercato tecnologico. L’inviato cinese, il vicepremier He Lifeng, avrebbe ottenuto garanzie formali sul fatto che le nuove tariffe statunitensi saranno soggette a revisione periodica e non entreranno pienamente in vigore prima del prossimo autunno. Tuttavia, Pechino ha dovuto accettare condizioni che, seppur meno aggressive rispetto alle richieste iniziali statunitensi, segnano un passo indietro su più fronti.











