"Io i talebani li conosco bene", premette Franco Frattini, che è stato ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, e con loro ha avuto a che fare per lungo tempo. "E proprio perché li conosco, quando sento l’alto rappresentante della Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, dire “bisogna trattare con chi ha vinto“, vedo 50 donne sgozzate la mattina dopo", taglia corto l’attuale presidente aggiunto del Consiglio di stato e della Sioi.

Quindi nessuna trattativa?

"Trattare con i talebani è una negazione in termini. Prima di tutto, hanno sempre finto di farlo, e poi sono divisi in tribù diverse: non c’è un capo o un gruppo che può imporre l’abbandono delle armi. Ma, alla base, ci impedisce di trattare l’inconciliabilità assoluta dei valori. Noi siamo l’Occidente, crediamo nella rule of law, lo stato di diritto. Loro sono invece per rule of gun, la legge del fucile".

Fallita l’opzione militare, quale strada resta?

"La comunità internazionale deve mettere assieme tutti gli Stati che hanno interessi vitali in Afghanistan, ovvero Russia, Cina, America, Iran, Paesi sunniti arabi, con un pizzico di Europa, e offrire un grande piano di aiuti umanitari per impedire l’abbandono dell’area nelle mani dei miliziani. Bisogna puntare sui milioni di pashtun che non sono talebani, sugli hazara, gli uzbeki, i tagiki. Su coloro che, cioè, come ha annunciato il figlio del leone del Panshir, Ahmad Massoud, sono pronti a combattere per la libertà. Dimostri loro che li aiuti sul serio e dividi il fronte, blindando il Nord che è la parte più difficile da raggiungere per i talebani. Se interverremo così, se, come ha detto il presidente Draghi, faremo un G20 straordinario per lanciare proposte, daremo una risposta meno irrealistica di chi vuole trattare. E credo che la presidenza italiana del G20 avrà un ruolo fondamentale".