Roma, 10 giu. (askanews) – L’idrogeno è considerato uno dei vettori energetici più promettenti per il futuro: è pulito, perché brucia producendo solo acqua, ed è altamente efficiente, generando quattro volte più energia del petrolio per unità di massa. Oltre al suo ruolo strategico nella transizione energetica, l’idrogeno è anche una materia prima cruciale per l’industria chimica e petrolchimica, dove viene utilizzato fino al 70% dei processi produttivi, ad esempio per la sintesi dell’acqua ossigenata, presente in milioni di tonnellate ogni anno nelle nostre case, nei servizi sanitari e nei supermercati.
Attualmente, però, l’idrogeno e l’acqua ossigenata vengono prodotti attraverso processi industriali ad alta intensità energetica, che fanno largo uso di combustibili fossili. Per questo, utilizzare la luce solare per ottenere queste molecole – ispirandosi alla fotosintesi naturale – è una sfida scientifica di grande rilevanza. Questo approccio si basa sulla fotocatalisi, un processo in cui una sostanza assorbe la luce e sfrutta l’energia raccolta per innescare reazioni chimiche utili. In termini semplici, è un modo per trasformare la luce in energia chimica, ad esempio per ottenere idrogeno dall’acqua o acqua ossigenata dall’ossigeno dell’aria. Esistono già materiali fotocatalitici in grado di promuovere singolarmente uno di questi due processi, ma progettare un sistema capace di modulare il prodotto finale – passando selettivamente da idrogeno ad acqua ossigenata – semplicemente cambiando la condizioni, è una sfida ancora aperta.






