Il rapporto tra Elon Musk e Donald Trump si era incrinato una prima volta a marzo, quando il New York Times aveva annunciato che il miliardario a capo del Doge, il Dipartimento di efficienza governativa, sarebbe stato presente a una riunione segreta del Pentagono in cui si sarebbero discussi potenziali piani per combattere la Cina.
Si era sollevato un coro di polemiche e Trump era stato costretto a smentire la presenza del suo alleato privilegiato e che comunque la riunione era incentrata su altro, dicendo che mai avrebbe mostrato quei piani «a un uomo d’affari che ha business in Cina».
Nel frattempo il presidente americano aveva scatenato contro tutto il mondo la guerra dei dazi e Musk, che ha forti interessi commerciali, aveva prima sommessamente e poi sempre più chiaramente criticato quella decisione. Poi lo scoop di Politico che anticipava: Musk lascerà il Doge. La Casa Bianca aveva smentito ma la notizia era vera: Musk ha lasciato l’incarico ed è tornato 24 ore su 24 alle sue aziende sempre più in sofferenza.
L’ultimo pesante screzio pochi giorni fa quando Musk bolla la «big, beautiful bill» (la legge di bilancio così definita dal governo) «un disgustoso abominio» e sostiene che i deputati che l’hanno votata «sanno di aver sbagliato». Un duro attacco alla legge voluta da Trump che fino a questo momento ha cercato di non andare allo scontro diretto.











