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Ha ragione Elly Schlein quando denuncia il «doppio standard» di Giorgia Meloni tra Ucraina e Gaza. Sulla vicenda Ucraina, la premier non solo ha assunto una posizione non ambigua da subito, sin da quando era all’opposizione del governo Draghi, emancipandosi dall’approccio pregresso. Ma ha fatto di quella collocazione internazionale il tratto distintivo della sua azione di governo. È vero: con ogni evidenza, era più a suo agio nel mondo di Joe Biden, dove agiva il ruolo della «populista gentile» apprezzata nel mondo dei non populisti. Ora, in un mondo destabilizzato da un populista molto poco gentile alla Casa Bianca, i meriti di prima possono diventare delle colpe. E Giorgia Meloni appare infatti più prudente su molti dossier. Tuttavia, al di là delle chiacchiere sul «ponte», dei vertici in smart working, di un racconto a intensità più bassa, ha tenuto sull’Ucraina senza alcuna ambiguità. Lo ha fatto non solo per motivi etico-politici ma anche in base a una certa idea di tutela dell’interesse nazionale che mette, al primo posto, la sicurezza in Europa.

Su Gaza, invece, la sua prudenza è ai limiti dell’imbarazzo, sia in termini di condanna e di sdegno, sia in termini di iniziativa, nonostante le ricadute che l’occupazione di Netanyahu ha proprio sul terreno del nostro interesse nazionale. Lo ha spiegato bene Guido Crosetto, il più coraggioso del governo, in un’intervista alla Stampa: «Se parte l’onda, il Mediterraneo è un mare così piccolo che arriva subito». E l’onda riguarda il rischio profughi in Nord Africa e la ripresa del terrorismo, come reazione alla fine del sogno di uno Stato palestinese. Insomma, lo diceva Giulio Andreotti, non un pericoloso estremista: «Se fossi nato lì, probabilmente sarei un terrorista». E si riferiva ai campi dei coloni, non aveva neanche visto all’opera Netanyahu. Si può discettare a lungo se questa eclissi verbale e di azioni della premier sia dovuta al senso di colpa storico, per cui dopo le parole pronunciate da Gianfranco Fini a Gerusalemme sul fascismo «male assoluto» la destra considera una posizione più articolata su Israele come la messa in discussione di un approdo. O se l’eclissi è dovuta a Donald Trump, che ha lasciato sostanzialmente mano libera a Netanyahu. Sia come sia, il doppio standard è palese.