Mancava solo lui (o quasi). È arrivato. Giovanni Brusca, il boia che azionò il telecomando che innescò l’esplosione il 23 maggio del 1992 in cui morirono a Capaci Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, è un uomo definitivamente libero. Da fine maggio sono trascorsi i 4 anni di libertà vigilata scattati il 31 maggio 2021 e impostigli dalla magistratura di sorveglianza.

Mezza libertà

Oddio, non che prima di questo passo che va a estinguere l’ultimo debito con la giustizia, il boss di San Giuseppe Jato, autore di un numero sconsiderato di omicidi, fosse un detenuto che vivesse di ristrettezze. Il suo status di collaboratore gli ha consentito di lasciare la cella – grazie a permessi di poche ore, un giorno o anche più, visto che il limite massimo per legge è di 45 giorni all’ anno e per non più di 15 giorni consecutivi – oltre 200 volte dal 2001.

La prima volta a fine 2001 per recarsi – una volta lasciato alle spalle il cancello di Rebibbia – in una piccola città di provincia del centro Italia. Due anni di pausa e poi, fino al 2008, numerosi movimenti a Roma (che può comprendere anche la provincia). Da fine 2008 al 2010, invece, il ministero dell’Interno ha cessato di segnare la destinazione di Brusca e questo non vuol dire che non fosse nota ma che – evidentemente – era meglio non renderla più visibile nei registri. Fino al 2014 Brusca non ha più lasciato Rebibbia, per riprendere a girare dal 2015, fino alla scarcerazione definitiva.