La cucina di casa Tamberi affaccia sul campo da basket a tre appena posato in giardino. Il campione del mondo di salto in alto lo guarda mentre si prepara una frettolosa e abbondante pasta in bianco e ride. Sta per arrivare un materasso, uno di quelli usati in pedana: «Già immagino la bimba che fa la clap. Una minuscola e fantastica clap con le sue manine».

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La bimba deve ancora nascere, ma è il motivo per cui lui ha deciso di continuare a gareggiare. Non lo avrebbe mai detto: in teoria, lei era la ragione buona per smettere e dedicarsi ad altro. Il motivo per liberarsi dal rigore, ma davanti a quelle finestre gigantesche e al panorama che gli porta le Marche in casa, Tamberi ha scoperto di voler mischiare l’educazione siberiana al sentimento.

Diventare padre cambia la vita, inizia anche una seconda carriera? «Sicuramente sì. Non sono ancora papà ed è scattato un altro modo di essere. Prima lo sport è sempre stato al centro, fisso, adesso lì c’è Chiara e l’arrivo della piccolina. Per tanto tempo mia moglie è stata al mio fianco, oggi sono io al suo. L’approccio si adatterà poi alle esigenze, ma solo per periodi precisi. Ormai il punto di gravità si è spostato». Ha deciso di continuare a saltare prima o dopo aver saputo della bimba? «Lei mi ha illuminato. Ho passato l’intera carriera spinto dalla convinzione di poter dare un esempio. Ho dimostrato come ci si può rialzare dalla difficoltà e poi che faccio? Nasce mia figlia e mollo? Glielo racconto senza farle vedere nulla? Non c’è ancora e già mi ha dato un’energia enorme: mi rimetto in gioco davanti a lei». Per le Olimpiadi di Los Angeles avrà tre anni, piccola per tifare. «Saprà di averne avuto parte. Le diremo: sei arrivata e mi hai dato questa forza. Pensate che orrore il contrario: “Sai, quando tu stavi per nascere ho smesso”. Prima di lei ho attraversato un tormento: un attimo era “basta, lascio, non ne posso più, voglio respirare”. L’istante dopo sentivo che ne mancava un pezzo. Sono partito per le vacanze a metà settembre e stavo male: le gare dopo i Giochi, il successo in Diamond League hanno tamponato il dolore e appena ho staccato è arrivata la botta: vuoto, ansia. Finito il fuoco. L’infortunio al tendine a un passo da Rio 2016 ha scatenato il riscatto. Parigi è stata un trauma senza reazioni, sentivo di volere una pacca sulla spalla. Di dovermela. Ho guardato indietro per concedermi una coccola: “Sei stato bravo”». Ha funzionato? «Mi ha calmato e non mi ha dato risposte. Ero il primo al mondo, lo sono stato per due anni, ho vinto tutto: potevo lasciare al top. Lì ho comunque iniziato il percorso per riportare il fisico a un equilibrio, ho fatto una terapia con le cellule mesenchimali, per il recupero del ginocchio. Mi era evidente un unico fatto: se insisto, non riparto da dolore e infiltrazioni. L’inconscio, il destino, inconsapevolmente mi preparavo al futuro». Ha detto almeno una decina di volte: quando sarò padre smetterò. «Vero. Infatti, è un’altra carriera. Se un allenamento andrà male, non tornerò a casa con il muso devastandomi. Sarà mia figlia il centro delle attenzioni. Lo sport non è al primo posto». A che numero di classifica sta oggi? «Non può essere al quinto, però non è il faro. A livello di ore di terapie ne faccio più di prima, al campo passo un sacco di tempo. L’impegno è gigante, l’approccio diverso». Tra due giorni però torna in pedana, al Golden Gala di Roma. «L’anno scorso, mentre ero travolto dai dubbi questa gara è riuscita a riempirmi di amore: era agosto, l’Olimpico quasi vuoto, ma la curva, la curva Tamberi, la stessa davanti a cui ho vinto l’Europeo e scherzato con le molle, era stracolma. Mi ha stravolto di sorpresa e passione. Penso sia giusto stare lì, la misura non importa». Da futuro papà, riconsidera il rapporto con suo padre? Non vi parlate più dal 2022. «Non so che cosa significa essere padre. Ho un’enorme felicità nel pensarci, nel vedere il pancione, toccarlo, non ho la dimensione del ruolo. Vedremo, non è che prima avessi smesso di fare considerazioni in merito».