Il nuovo titolo italiano del più famoso romanzo di Philip Roth, Portnoy’s Complaint, ha suscitato più di un malumore. Tradotto come Lamento di Portnoy nel 1970, poi riproposto con lo stesso titolo da Leonardo e da Einaudi, è uscito qualche settimana fa per Adelphi con il solo nome del protagonista, Portnoy. Nessun lamento. È stato il traduttore, Matteo Codignola, a spiegare sulla «Lettura» a Cristina Taglietti che quel complaint è un termine pieno di troppi significati per trovare un corrispettivo in italiano: il compianto poetico, ovvero una composizione in omaggio a un amore perduto (il «planh» dei trovatori provenzali); un particolare disturbo della personalità; una citazione in giudizio; infine il lamento, nel senso di lagna. I francesi hanno optato per l’accezione psicologica (Portnoy et son complexe), come i brasiliani (O complexo de Portnoy) e gli spagnoli (El mal de Portnoy). I tedeschi sono più fortunati, perché con una sola parola, Beschwerden, beccano un ampio ventaglio di sfumature: disturbo, lagnanza, reclamo, lamentela. Codignola ritiene che «lamento» sia troppo restrittivo (e lagnoso), e ricorda che lo stesso Roth se ne lamentava. Ecco che allora Adelphi decide di semplificare (tagliare la testa al toro) o complicare le cose a seconda dei punti di vista.