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Cinque anni fa il New York Times pubblicò un articolo intitolato «I bambini di Pornhub», nel quale lo storico opinionista Nicholas Kristof raccontava come Pornhub, uno dei più visitati siti di streaming al mondo, fosse pieno di contenuti illegali. L’articolo conteneva diverse storie dettagliate e dolorose di persone i cui video privati erano stati caricati senza consenso, rimanendoci spesso per anni nonostante vari tentativi di ottenerne la rimozione. Denunciava, in particolare, il fatto che il sito non facesse abbastanza per identificare e rimuovere i video che ritraggono minori, stupri o casi di revenge porn (cioè i video privati diffusi senza consenso, spesso come forma di vendetta contro ex partner).
L’articolo di Kristof fu piuttosto criticato perché, tra le altre cose, usava tra le fonti principali l’attivista Laila Mickelwait, all’epoca responsabile del lobbying per l’abolizione di tutta la pornografia per conto di Exodus Cry, un gruppo ultrareligioso contrario tra le altre cose all’aborto e ai diritti delle persone LGBTQ+. Ma ebbe comunque un impatto significativo: da allora Pornhub (e gli altri siti che appartengono alla stessa azienda, Aylo, l’ex MindGeek) ha effettivamente introdotto molti nuovi strumenti e politiche per assicurarsi che sul suo sito non ci siano video illegali. Anche perché, nel frattempo, la pressione pubblica e politica nei confronti delle grandi piattaforme di porno è aumentata notevolmente.







