Un tempo erano eventi clandestini, sfide dirette all’autorità, feste illegali che si materializzavano in spazi occupati, boschi o capannoni abbandonati, lontano dai riflettori e dal controllo. Oggi, i rave party sembrano appartenere a un’epoca passata. O, per meglio dire, sono cambiati a tal punto da non poterli più chiamare davvero così. Oggi, ciò che viene etichettato come “rave” assomiglia più a una festa alternativa con, riferisce Il Giornale, qualche spruzzata di ideologia. Si vedono gruppi che si definiscono “resistenti”, che oscurano i volti nei video e parlano di “regime” e “libertà di espressione”, pur mantenendo – come osserva qualcuno – “un’arietta stortignaccola da centri sociali in trasferta”, mentre la polizia li osserva ballare.