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Martedì la Camera ha approvato in via definitiva il decreto-legge promosso dal governo, e in particolare dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che regolamenta in maniera più restrittiva il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi vive all’estero. La legge ha aggiornato la normativa finora in vigore, che era stata approvata nel 1992 su iniziativa del ministro degli Esteri di allora, Giulio Andreotti: l’obiettivo fondamentale del provvedimento è limitare abusi e richieste strumentali di cittadinanza da parte di persone che vantano lontani, spesso lontanissimi avi di origini italiane, con l’intento principale di godere dei vantaggi che dà il passaporto italiano.

Il Partito Democratico, come tutti i partiti dell’opposizione, ha votato contro questo provvedimento. In parte lamentando alcune storture del testo, in parte denunciando il fatto che il governo ha deciso di ricorrere a un decreto-legge, uno strumento che limita molto la possibilità di deputati e senatori di discutere e modificare la norma. Nei loro interventi in aula però i deputati del PD hanno utilizzato in larga parte una retorica altisonante e vagamente nazionalista, che richiamava la tribolata storia dell’emigrazione italiana e il legame sentimentale tra le comunità di italiani all’estero e le loro radici.