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Una sera Rodrigo entrò in camera mia e mi disse: «Sia chiaro che in questa casa non potrai portare fidanzati neri». Ero all’inizio di quello che sarebbe stato il mio anno cubano e lui era il mio padrone di casa. Per quello che ne sapevo la sconfitta del razzismo era una conquista della rivoluzione e Rodrigo era un orgoglioso rivoluzionario. Come giustificava quel divieto? Mi ci volle qualche mese per capire che sull’isola le discriminazioni razziali erano del tutto indipendenti dalle convinzioni politiche. E anche se non arrivai mai ad accettare con disinvoltura le battute sui neri – gli afrodiscendenti che rappresentano almeno il 9 per cento della popolazione, a cui si aggiunge un 26 per cento di mulatti o meticci – finii per considerarle un elemento del paesaggio.

Una delle più frequenti era: «No todos lo negros son delincuentes pero todos lo delincuentes son negros». Ma in quegli anni si sentiva spesso anche: «Sabes cuál es la diferencia entre el Louvre y el PCC de La Habana? Que en el Louvre está la Monna Lisa y en el PCC el Mono Lazo» (Esteban Lazo, che nel 1994 era diventato primo segretario del Partito Comunista di Cuba della città dell’Avana, era uno dei pochi neri arrivati a una posizione così alta e “Mono” vuol dire scimmia).