Quando Jamie Oliver compare sullo schermo, ha lo sguardo diretto e una voce che non cerca alibi. Non nasconde la vergogna per il fallimento della sua catena di ristoranti, la chiusura nel 2019 di 22 locali che ha lasciato senza lavoro circa mille persone. Non edulcora le cadute, anzi: le racconta con il pudore di chi ha visto svanire vent’anni di lavoro in poche settimane. Ma nella narrazione offerta da Chef’s Table, serie culto per appassionati di cucina e storytelling, Oliver non è il personaggio della disfatta. È l’eccezione. In una stagione che riporta in scena grandi nomi già noti («Legends», appunto, come il sottotitolo della serie), il suo è l’unico racconto che sorprende lo spettatore, che regala un punto di vista nuovo. Perché Jamie Oliver non è solo uno chef popolarissimo. È anche, e forse soprattutto, un attivista alimentare. Uno di quelli che hanno cercato di trasformare la cucina in una forma di giustizia sociale.