“Ci sono cose che il denaro non può comprare, sebbene non molte, di questi tempi”. Scrive così Michael Sandel nell’incipit fulminante del suo What Money Can’t Buy. The Moral Limits of Markets (2012). E prosegue con un elenco non esaustivo di cose che sono in vendita anche se probabilmente non dovrebbero esserlo: celle più confortevoli in un carcere, l’accesso alle corsie di emergenza nelle ore di traffico, madri surrogate in varie nazioni del globo, il permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti, la possibilità di uccidere un rinoceronte in via d’estinzione, il diritto ad emettere gas inquinanti, il tempo di una persona che faccia la fila per voi, la fronte di coloro che sono disposti a farsi tatuare una pubblicità, il numero privato del medico da poter chiamare in qualunque giorno e a qualunque ora. E’ perfino possibile comprare un’assicurazione sulla vita di un malato terminale nella speranza di poterla riscuotere quanto prima alla morte di quest’ultimo.
Non sono provocazioni. Sono sintomi di un’epoca – ci dice Sandel – la nostra, in cui la logica di mercato non è più uno strumento tra gli altri ma la metrica dominante della vita sociale, “la pietra angolare delle società moderne” come scrivono Steven Levitt e Stephen Dubner con grande orgoglio nel loro Freakonomics. Il calcolo dell'incalcolabile (2010). La diagnosi di Sandel è tanto sobria quanto allarmata: siamo entrati in quella che possiamo propriamente definire “società di mercato”, un orizzonte culturale dove davvero tutto ha un prezzo. “E quindi? – ci si potrebbe legittimamente chiedere – qual è il problema?” Il problema è che – continua ancora Sandel “la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un costo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società”.






