di Roberto Del Balzo

Il tempo è prezioso, si sa. Così prezioso che non dovrebbe esistere passatempo al mondo incaricato di farlo passare più velocemente, o meglio senza alcuna consapevolezza. E con tutta questa estate addosso la memoria va a una notizia di qualche anno fa: personaggi col camice bianco e l’occhio incastrato in un microscopio, studiosi americani di cellule e statistiche, hanno anche stabilito che dentro al tempo si può misurare, con un semplice righello, la morte.

Già, perché anche se non la vediamo è lì, tra i secondi e i minuti, e ogni ora avanza inesorabilmente di due millimetri. Questo è il calcolo scientifico: 30 micrometri al minuto e una cellula va al creatore. Tutto il nostro affanno di vivere serve poco o nulla visto sopra in vetro o al microscopio. Il tempo passa e la morte ci raggiunge con costanza e perseveranza a partire da chissà quale parte del nostro corpo. Eppure. Eppure ci sono quei giorni dove non si pensa neppure al passatempo. Peggio. Ci sono giorni, magari quelli d’estate, quelli sognati durante l’anno di lavoro, che quando arrivano l’unica speranza che ci rimane è che passino in fretta. Nell’intimo, da qualche parte nel labirinto del nostro cervello, l’urgenza diventa quella di saltare oltre il tempo e tutti i suoi millimetri. Poco importa se ventiquattro ore sono quarantotto millimetri di morte che ci divora.