Mauro Corona è il protagonista del docu-film “La mia vita finché capita” di Niccolò Maria Pagani, in arrivo al cinema il 5 maggio con una anteprima al Trento Film Festival il 2 maggio. In un’intervista a Il Giorno, lo scrittore, alpinista e scultore ligneo ha ricordato alcuni momenti della sua vita.
“Sono stato partorito sul carretto dei miei, venditori ambulanti, per le strade di montagna. – ha raccontato – Era il 1950… Tutti i genitori si preoccupano quando i figli non tornano la sera, mio padre si preoccupava quando tornavo… Mia madre l’ho vista saltare su un furgoncino rosso: avevo 6 anni, tornò che ne avevo 13. Scappò per salvarsi la pelle. Mio padre la picchiava, è andata in coma tre volte”.
Ma non è stato facile vivere in famiglia: “È stata dura. Eravamo orfani con i genitori viventi. Mia madre l’ho vista sorridere solo in una foto: quella che poi ha sulla sua tomba. L’unica volta che ride è nella foto della morte. Non avevamo la coscienza di capire questo dolore. Il dolore arriva adesso che ho la coscienza di quello che abbiamo passato gratuitamente”.
Nel docu-film Corona dichiara senza mezzi termini: “Lavoro per non spararmi” e poi spiega nell’intervista: “Antonin Artaud che morì in manicomio disse: nessuno ha mai dipinto, fatto musica, cantato se non per uscire di fatto dall’inferno. Io faccio delle cose per non pensare alla paura della morte, delle malattie. Lo fanno tutti, in fondo, ma nessuno ha il coraggio di dirlo, nessuno dice la verità”.Mi trovo malissimo in un mondo che non dice la verità all’altro. La Rochefoucauld nel 1720 diceva: nelle disgrazie dei nostri amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto. Aveva ragione. Non sopporto chi ti dice: ‘Ciao come stai?’. E in realtà magari non vede l’ora che crepi”.
