«Oltre a essere uno dei più lucidi e visionari manager di Stato del Dopoguerra, anzi forse nonostante questo, mio padre è stato un uomo di luce e un puro di cuore. Uno per cui l’idea, il progetto e il proprio Paese venivano prima di tutto, anche del suo destino personale. E questo, nel momento in cui è stato travolto da un’inchiesta giudiziaria che gli è valsa quarantadue assoluzioni, ha pesato e gli ha pesato, tantissimo. Alcune delle persone che gli dovevano tutto hanno smesso di telefonare, spariti nel nulla. Le Ferrovie, che vivono ancora oggi delle sue intuizioni di trent’anni fa — l’Alta Velocità, i treni pendolari e merci, l’intermodalità, le grandi stazioni, l’ingresso dei privati in Fs — dovrebbero onorarlo come merita. I ferrovieri semplici, com’era stato suo padre Romolo, lo fanno: alcuni mi scrivono ancora, l’altro giorno ne ho incontrato uno che mi ha fatto vedere una foto con papà che ha nel portafoglio».