Hanno fatto scalpore nei giorni passati le roboanti dichiarazioni di Donald Trump che ha rivendicato il ritorno a Washington del Canale di Panama. Il tycoon scalda i motori in attesa di rientrare alla Casa Bianca; l’attacco alla sovranità di Panama sul canale in apparenza si basa sui pedaggi troppo alti – secondo lui – che i cargo statunitensi pagherebbero per attraversarlo. In realtà egli teme la concorrenza cinese sulle infrastrutture alternative al passaggio marittimo, che descriverò più avanti. Dal canto suo, il presidente José Raul Mulino non si è fatto intimorire e ha respinto al mittente la provocazione, negando oltretutto una riduzione dei pedaggi e l’influenza cinese sul suo governo.

Ma la controversia ha radici antiche: gli Usa nel 1904 inglobarono il Canale nel loro territorio, finché nel 1977 Jimmy Carter trattò con il generale Torrijos per il passaggio di controllo alle autorità di Panamá dopo un periodo di co-amministrazione, che terminò 25 anni fa. Una storia che ho raccontato qui.

Ferrovia a sovranità limitata

Tuttavia, gli Stati Uniti sono ancora clienti per tre quarti delle merci che transitano ogni anno. La Cina è seconda, tramite una società con sede a Hong Kong che sfrutta due dei cinque porti adiacenti al canale.