/
Che l'Italia guardi all'Argentina con occhi speciali non sorprende, e l'ultima a visita alla Casa Rosada lo ha sottolineato. Basti pensare alla rilevante presenza italiana, con 300 imprese, oltre 16 mila impiegati, un giro d'affari da tre miliardi. In più c'è l'affinità elettiva tra Meloni e Milei, cementata da comuni vedute pro Occidente, in difesa della proprietà e dei valori tradizionali. Una visione che si può definire neo-conservatrice, ambiziosa al punto di immaginare un'intesa privilegiata con l'America di Trump. Ma se dai princìpi generali si entra nel concreto dell'economia, le differenze risaltano vistose.
Milei, con una cura da cavallo, guida l'Argentina verso un capitalismo intransigente, ora anche fuori dagli accordi sul clima. Il suo neonato partito "La Libertà Avanza" (LLA) deve cancellare il ricordo del 2001, quando col default 450mila risparmiatori italiani videro svanire 12,8 miliardi di euro nel buco nero dei Tango Bond. Pur senza esperienza di governo, ma fedele agli insegnamenti libertari dell'economista Murray Rothbard e a quelli liberisti del premio Nobel Milton Friedman, ora fa suonare una musica opposta a quella social-peronista; il Paese, pur con enormi difficoltà politiche, sociali, sindacali, ormai è al punto di non ritorno. Un flop, benché di segno contrario al precedente, sarebbe disastroso. Chiave del cambiamento è la cosiddetta Legge Omnibus, prima ritirata per la durissima opposizione, poi emendata e infine approvata al Senato nel giugno scorso. Essa include, in 664 articoli, misure di deregolamentazione, privatizzazioni, riforme nel sistema tributario, nella legge elettorale, nella gestione del debito pubblico, in settori chiave come pesca, energia, trasporti. Uno schiaffo ai poteri della vecchia "casta" che usufruisce di sgravi fiscali, indennizzi, poteri di cogestione dell'economia e coperture populistiche d'ogni genere.
