Parlo ergo sum. Ma cogito no, proprio no.

Buona parte dei commenti all’ultima, inappropriata, dichiarazione di Salvini in merito alla condanna di Netanyahu per crimini contro l’umanità sottolinea proprio questi due principi: la necessità di parlare sempre (“Ma almeno stavolta non poteva chiudere quel forno?”, Giulia) e la difficoltà a pensare prima di farlo (“Grazie per farci sentire anche oggi più intelligenti”, Tommaso).

In realtà io credo che più che un “cogito no” sia un “cogito ni”; che dietro quel bisogno di parlare sempre un pensiero, un pensierino, ci sia.

Come gli influencer, costretti a postare di continuo per non soccombere all’algoritmo – anche contenuti trash, anche fatti loro, non fa differenza -, Salvini sa che ogni giorno deve spararne almeno una. E se è provocatoria, se attira commenti e palle di m., meglio. Come uno scarabeo stercorario quasi se le costruisce da solo, quelle palle di m.

E io qui gli sto dando una mano, ne sono consapevole. Io qui sto commentando le sue ennesime parole fuori posto: mi unisco al coro di chi lo critica, ne alzo il volume, faccio il suo gioco. E mi domando, mentre lo faccio, se non sia invece più intelligente ignorarlo.